Insorgere e Divenire dell’ontosi

 

Divenire dell’ontosi

 

 

 

1 Le molteplici forme del divenire dell’ontosi non saranno considerate (occorre farne degli studi particolari), ma saranno evidenziati i fenomeni essenziali che caratterizzano questo divenire e ne consentono la realizzazione.

 

2 In maniera ancora più decisiva che per il suo insorgere, lo sviluppo e la maturazione dell’ontosi avvengono in interazione con la speciosi così come si presenta in una certa area geo-sociale. In effetti, più la comunità diviene evanescente meno chi tende a diventare individuo è in grado di essere recuperato, reintegrato, dunque rimesso in continuità. Deve dunque agire sempre più da se stesso (autonomizzazione) e, così facendo, si dispiega nell’ontosi.

Sviluppo dell’individuo e sviluppo dell’ontosi vanno al passo. Parlare di un individuo ontosico significa enunciare una superfetazione. Questa è in ogni modo necessario per la comprensione del fenomeno.

Considereremo la realizzazione dell’individuo ontosico nell’area occidentale, in un momento di evanescenza della società, divenuta società-comunità del capitale, quando il capitale entra in dissoluzione e anche l’individuo stesso svanisce. Occorre, tuttavia, tenere presenti gli antichi fenomeni che consentono di comprendere l’ontosi nella sua forma attuale e, inoltre, è necessario basarsi, talvolta, su dati relativi ad altre aree per mostrare la generalità del fenomeno dell’ontosi[1].

 

3 Lo stornamento della tecnica si colloca nel divenire della speciosi che ha una profonda risonanza sull’ontosi. Per il momento, possiamo situarlo all’alba del neolitico, al tempo della sedentarizzazione e della genesi dell’agricoltura. Questo stornamento consiste nel fatto che la tecnica non è più semplicemente utilizzata, realizzata, come un mezzo che mette in continuità con l’ambiente circostante, – e che permette all’uomo, alla donna, di prolungarvisi e, in tal modo, di affermarsi e di posizionarsi attuando l’aptoevoluzione[2] –, ma come una mediazione della relazione entro la comunità che sta subendo una frammentazione.

 

4 Lo stornamento della tecnica è stato possibile soltanto quando, a un certo punto del divenire di Homo sapiens, si è separata dal linguaggio verbale. La separazione del gesto e della parola ha permesso la loro reciproca autonomizzazione. La terapia, anch’essa una tecnica, ne ha presupposta un’altra, in qualche misura più subdola, cioè la tecnica dell’amore che diviene un operatore di pacificazione, e del potere che si muta in una dinamica di affermazione della costrizione.

 

5 La tecnica tende a operare come un’articolazione vòlta a mantenere unito ciò che si frammenta. Detto altrimenti, c’è un’interiorizzazione della tecnica che supplisce la perdita dell’innatezza che consentiva, all’interno di una comunità, la realizzazione immediata di diverse relazioni tra tutti i suoi membri. Senza l’interiorizzazione della tecnica, la città, la polis, non si sarebbero potute sviluppare.

 

6 Al momento della nascita della polis, in Occidente, il fenomeno è riattivato, amplificato. Esso è stato teorizzato, senza una consapevole percezione, dai presocratici, dai poeti tragici, poi da Platone e Aristotele, per segnalare i contribuiti più rilevanti.

Un fenomeno simile è avvenuto in India, ad esempio, con la teorizzazione della “via mediana”: una spiegazione tecnica mirata a indicare come evitare i due estremi sui quali si sviluppa la follia: l’eccesso e la depressione[3].

In Cina, all’epoca dei Regni Combattenti (475-221 a.C.), è apparso un brulichio di teorie paragonabili a quelle greche, che andavano, però, ancora più lontano nell’uso della tecnica interiorizzata. La notevole introduzione di J. Levi al volume – molto interessante per il punto di vista qui esposto – di Han-Fei-tse o Il Tao del Principe[4], fa rivivere i dibattiti di quel periodo. La conclusione che emerge dalla lettura – confortata anche da altre opere – è che senza l’interiorizzazione della tecnica, nessuna manipolazione sarebbe stata possibile, dunque nessuna educazione, in particolare quella fondata direttamente sul principio è per il tuo bene, e dunque nessuna pedagogia.

 

7 Nelle succitate tre aree geo-sociali[5], il divenire fuori natura ha provocato diversi mali da eliminare o almeno da correggere: affinché si possa compiere il processo di vita, tanto a livello sociale che individuale s’impone, allora, la tecnica per eccellenza: la terapia.

 

8 A partire dal momento in cui c’è un’interiorizzazione della tecnica si opera un notevole sconvolgimento; la tecnica, tendenzialmente, diventa il mezzo che consente alla specie di separarsi sempre più dalla natura e, nello stesso tempo, ciò che consente l’autodomesticazione: questo processo si realizza con l’addestramento delle diverse generazioni che si dovranno adattare a un ambiente circostante sempre meno naturale. A tal fine, un enorme sviluppo della tecnica è indispensabile. Nel corso dei secoli la tecnica diviene una mediazione sempre più determinante e, come ogni mediazione, tende ad autonomizzarsi e a farsi dispotica, come appare oggigiorno con l’uomo e la donna che vivono al suo interno. Tutto ciò ha potuto realizzarsi soltanto in seguito allo sviluppo del valore, prima, e del capitale poi. Questi sono gli elementi decisivi e non la tecnica in sé, e dunque occorre cercare di capire cosa la specie ha cercato di risolvere producendoli[6].

Il rapporto alla tecnica, da parte della nostra specie, ha subìto un fenomeno di rovesciamento: da pratica che ci assicura la continuità col resto della natura, la tecnica diventa ciò che ce ne allontana sempre più[7].

 

9 L’edificazione dell’essere ontosico avviene a partire dalla cosiddetta seconda nascita, momento in cui il bambino subisce la rottura della continuità, in cui realizza integralmente la propria dipendenza e in cui gli pare che a dargli la vita sia sua madre. La nascita culturale, imposta e vissuta inconsciamente, diventerà sempre più rilevante perché le impronte opereranno esattamente a partire da questa nascita per contribuire alla costituzione dell’essere ontosico.

 

10 Il divenire dell’essere, che si sta ontosizzando, si struttura mediante una successione di reinstaurazioni e di riemersioni perché l’individuo, costantemente e in maniera inconscia, rivive tutta la fase della vita che va dal concepimento all’affermazione del momento della rottura di continuità. E ciò si articolerà sia con l’azione dei genitori e delle diverse persone con le quali l’individuo manifesterà i propri schemi comportamentali, sia con l’azione della società in quanto tale.

 

11 Questo divenire comporta tre momenti di rottura. C’è il momento iniziale, dovuto alla non-accettazione della naturalezza del bambino, che  fonda la dinamica del divenire soggetto-oggetto.

Segue poi il momento della rottura interna allo stesso individuo che comporta una lacerazione e uno sdoppiamento. Si tratta della separazione dall’essere originario. L’essenza del nuovo essere è la separazione. Ogni essere ontosico ha in sé una dimensione schizoide[8].

Il terzo momento è quello della rottura nei confronti della natura, vale a dire della separazione in rapporto a ciò da cui si proviene, da cui si emerge[9], dal fondamento della nostra individualità-Gemeinwesen. Questa rottura è indotta dalla necessità di staccarsi dalla natura per bloccare il fenomeno della ritenzione. Ci si riempie, infatti, del flusso naturale della vita che non può più accrescersi, irradiarsi a causa della separazione, e che perciò ci riempie, c’ingorga; ritenzione che agisce a dispetto del nostro desiderio che ci sia fluidificazione, ci sia uno scorrere con i nostri simili[10].

 

12 La rottura iniziale fonda la madre come supporto di dio. La rottura interna all’individuo fonda  la ricerca dell’unità perduta che si confonde con la ricerca dell’unione con la madre, e ciò riattiva la confusione. La rottura col resto della natura fonda il culto della specie, l’umanesimo e il divenire al solipsismo che esprime un ripiegamento su di sé e una perdita di certezza.

 

13 A parte la prima, il carattere delle altre rotture è di non essere definito, integralmente realizzato. Inoltre, per quanto riguarda la prima, come tale essa non è mai coscientemente vissuta, perciò c’è l’influenza della confusione. La piena realizzazione della seconda implica una totale schizofrenia e dunque la follia. La terza rottura agisce in maniera tendenziale, a livello della specie come dell’individuo: è all’interno di quest’ultimo che essa può più facilmente realizzarsi.

 

14 Nelle antiche comunità, così come nelle società in cui il fenomeno del valore, poi del capitale, non è determinante, avveniva una terza nascita, vissuta, coscientemente, sotto costrizione: l’iniziazione. Era una nascita alla comunità che si separava dalla natura, una nascita alla società. Nel corso di quest’iniziazione, il bambino subiva un notevole trauma, ripetizione coatta dei due traumi precedenti, impostogli volontariamente dagli adulti per separarlo dalla madre, dall’innatezza, dalla natura, e per integrarlo nel mondo comunitario postosi nel modo della separazione, nel mondo sociale.

 

15 Lo svezzamento, definito come il momento in cui cessa l’allattamento al seno, non comporta di per sé un trauma. Esso diviene traumatico qualora sia imposto al bambino dalla madre. Il trauma si presenta, in tal caso, come una ripetizione coatta del trauma della nascita. Se non vi è più allattamento, ma alimentazione al biberon,  lo svezzamento, per così dire, è eluso e il bambino entra molto prima nella dinamica dominata dall’artificialità, tramite una sostituzione. Elusione, artificialità, sostituzione rientrano nella dinamica della domesticazione, della separazione dalla natura e dalla naturalezza.

 

16 L’iniziazione era il processo mediante il quale effettuare l’uscita dalla natura. L’iniziazione si poneva come una rottura della dipendenza nei confronti della natura e cominciava così il processo d’acculturazione, di artificializzazione[11], che era, in germe, il processo di virtualizzazione.

Ai giorni nostri, in cui la rottura è pienamente realizzata o e in procinto di esserlo, questa pratica sta svanendo. Ne restano delle tracce impregnate di violenza. Non c’è più bisogno, realmente, d’iniziare un qualcosa che, da molto tempo, è stabilito e trasmesso da una generazione all’altra.

 

17 L’iniziazione implicava una morte, la morte dell’essere che si è evoluto, precedentemente, nell’unione con la madre e con la natura. L’iniziazione era dunque una rinascita, una resurrezione all’interno di un altro mondo. Da qui deriva, per l’individuo, la necessità di acquisire una conoscenza nuova che gli consente di comportarsi in un mondo nuovo.

 

18 Lo sviluppo dell’ontosi avviene a partire dal momento in cui s’impone il numen nel quale è incluso il nomen, momento vissuto come un presente ipertrofico, radice dell’onnipotenza invadente del passato sul divenire dell’essere ontosico, e della dimensione mistica, presente in maniera più o meno esplicita in ogni uomo, ogni donna, così come della tendenza a vivere la dipendenza, anche se questa è compensata da un forte desiderio di autonomia, o di sovrappotenza. Più precisamente, la rottura della continuità, provocata dalla madre con la non accettazione della naturalezza del bambino, suscita l’instaurazione dello stato ipnoide e dello stato isteroide che comportano una dimensione mistica. In alcuni uomini, e in alcune donne, questa dimensione è talmente possente che s’impone come uno stato.

Il nomen è in relazione con l’interrogativo: la madre dirà, racconterà ciò che è accaduto? Da qui deriva l’emergere dei miti. Il mito è ciò che fonda l’origine consistente nella separazione, in un momento di discontinuità.

 

19 Il nomen s’inscrive all’interno della dinamica della distinzione, della separazione tra la madre e il bambino e, parimenti, s’impone a ciò che il bambino deve raggiungere per essere in continuità con quel che l’interpella. Il nomen opera tanto più quanto più la capacità telepatica sta scomparendo. Di conseguenza, e in seguito a diverse ripetizioni coatte verificatesi nel corso dei millenni, il linguaggio verbale appare, ad alcuni, come un mediatore di separazione che bisogna rifiutare[12].

 

20 Il pensiero e il linguaggio verbale si affermano, originariamente, attraverso un trauma, generatore di confusione, dal quale la specie non è ancora uscita, come l’attesta il grande sviluppo dei mondi virtuali, della virtualità, soprattutto per ciò che riguarda il pensiero.

 

21 Il presente originario dilatato fonda l’illo tempore, un tempo del sogno, un tempo come immobilizzato, il tempo della contemplazione che può condurre all’estasi (all’uscita da sé), a un’identificazione, alla fusione con un’entità.

 

22 Il momento del numen agisce come un punto fisso a partire dal quale l’essere ontosico sviluppa quel che gli psicologi definiscono “fantasia”, “scenario”, “stile di vita”, si può dire l’insieme delle interpretazioni che ciascun bambino elabora per posizionarsi in una situazione che nega la sua naturalezza, e per giustificare il comportamento dei genitori. Queste interpretazioni, che possono effettivamente apparire false, fantasmatiche, allo sguardo dell’adulto, per il bambino sono state, in ogni caso, necessarie per sopravvivere e sottovivere. Il mantenere in vita una soluzione dimostratasi valida all’epoca in cui fu posto nell’impotenza, nella dipendenza e nell’immensa solitudine, allorché, attualmente, l’adulto non vi si trova più, causa gravi turbe nel suo comportamento.

 

23 A seconda degli individui, il punto fisso si ancora, in qualche modo, sia nella madre posta numen, e questo favorirà la dimensione mistica o la comprensione degli eventi a partire dall’oggetto, sia nel bambino, favorendo allora una comprensione più soggettiva, sia infine nel vuoto, posto tra il bambino e la madre, favorendo un approccio nichilista[13].

 

24 L’irrazionale deriva da un cammino fuori natura che mette perpetuamente la specie in contraddizione con i suoi presupposti. Sono dell’ordine dell’irrazionale: la repressione parentale (in connessione con la repressione sociale), il numen, l’ontosi. Questi fondano, a loro volta, la dimensione irrazionale nel comportamento, nel vissuto dell’uomo, della donna. Gli elementi costitutivi dell’irrazionale, che non si manifestano in continuità, giacché tutto è connesso geneticamente, sembrano sorgere da realtà differenti.

 

 

25 Ogni uomo, ogni donna, cerca inconsciamente di togliere l’irrazionale che s’impone, che si fonda in quel momento del vissuto in cui si è al cospetto di ciò che s’instaura come numen. Non si trova alcun irrazionale nella natura, soltanto i supporti per riviverlo. Il tentativo di togliere l’irrazionale fonda il tentativo di razionalizzazione operato successivamente dalla religione, dalla filosofia, dalla scienza. Questo lavoro non è mai finito, e si riverifica in continuazione a causa dell’impossibilità di cancellare la confusione iniziale in cui ogni uomo e ogni donna si sono trovati. Per l’essere ontosico è impossibile eliminare la dimensione irrazionale, mistica[14].

 

26 L’esistenza di quest’irrazionale esaspera la ricerca di un senso fino al tormento, ricerca di un senso in quanto significazione, in quanto direzione che lo scorrere del divenire può prendere[15]. Il momento dell’irrazionale ci fissa all’origine, ci attacca al passato: è il momento dell’ipnotizzazione.

 

27 Lo sviluppo ipertrofico del diritto deriva, non soltanto da necessità intrinseche alla società-comunità vigente, la quale tende alla propria dissoluzione, ma egualmente dal desiderio incosciente, tanto per la specie che per l’individuo, di eliminare la confusione legata all’irrazionale.

 

28 Si origina, parallelamente, la preoccupazione nei riguardi dell’invisibile, il quale, in effetti, condiziona il processo di vita dell’individuo nella società. L’invisibile è determinato dal numen divenuto incosciente, numen che pone l’immutabilità dell’essere, ma soprattutto dell’Uno, e, parimenti, è un processo subdolo al quale nessun individuo riesce a sottrarsi. L’invisibile è ciò che dirige, a loro insaputa, gli uomini e le donne.

Il vuoto è un supporto per testimoniare l’invisibile.

 

29 Il divenire dell’ontosi avviene a partire da due poli: dal polo parentale e dei loro sostituti, delle istanze sociali, ovverosia dal polo della trasmissione della dimensione della speciosi, e dal polo del bambino, determinato dall’adattamento e dal rifiuto, nel tentativo di liberarsi. Le due dinamiche si compenetrano.

Dal polo parentale abbiamo: rinnovo della repressione, per via del costante rifiuto della naturalezza del bambino, rinnovo della confusione, a causa del fatto che i genitori manifestano la dimensione ontosica insieme a un resto di naturalezza ma, soprattutto, manifestano soventemente la confusione nella quale essi stessi furono gettati.

 

30 Nel divenire dell’ontosi, la funzione e il ruolo del padre sono decisivi. Da una parte, l’intervento paterno, con il fenomeno della ripetizione coatta, conferma fondamentalmente ciò che il bambino ha vissuto con la madre e, inoltre, poiché il padre agisce in una sfera quasi sconosciuta al bambino, la sfera dell’esteriorità, all’interno della nuova dinamica, e a causa della speciosi-ontosi, egli sarà il fondatore della separazione. D’altronde, è proprio in rapporto a tale dinamica che gli psicologi caratterizzano la sua funzione come diretta a separare dalla madre, dalla natura. Ora, questo è il risultato di un rovesciamento.

 

31 Il padre è il significante-significato di un topos esistente dove il bambino è accolto e al sicuro. Il padre è colui che permette, nella realtà, il verificarsi della continuità tra topos uterino e topos esterno. A causa della lotta tra i sessi (anch’essa una ripetizione coatta interna alla separazione), il padre diviene, invece, il separatore, il giustificatore del topos esterno dominato dalla repressione sociale, il principio di realtà e il rappresentante della ragione: tutto questo consente di ordinare il reale in funzione della separazione.

 

31 bis Nel personaggio del padre si esprime, si manifesta al meglio, l’ambiguità del fenomeno della vita alterata, appesantita, dall’ontosi. Il padre reprime, separa e protegge. Quest’ambiguità si  raddoppia a causa della sua assenza, sia durante il periodo della vita intrauterina, sia al momento della nascita, sia nella prima infanzia del figlio; assenza determinata da fenomeni sociali (allontanamento dovuto al lavoro, ad esempio) e ontosici, i quali implicano, in particolare, la trasmissione al figlio della separazione subita nella sua prima fase di vita. L’ontosi del padre risiede nell’incapacità di accedere alla piena maturità di uomo. Inconsciamente, egli resta un bambino alla ricerca della propria madre, e ciò può farlo entrare in concorrenza con il figlio. Ne deriva la sua assenza anche se fisicamente è qui e ora.

 

Se l’uomo cerca nella donna la madre, e fa in modo di comportarsi come un bambino, la donna cerca nell’uomo il padre, ma, a causa della sua evanescenza, ella tenderà a educare il bambino in lui affinché transcresca in padre ideale – soprattutto per lei – scongiurando, così, il proprio vissuto di assenza del padre reale.

 

L’assenza del padre e la sua non presenza rafforzano la tendenza ad attendere la salvezza[16], e predispongono all’instaurare la dinamica virtuale e, dunque, alla pregnanza della virtualità.

 

32 L’assenza del padre struttura e fonda l’inaccessibilità al reale, la rottura soggetto-oggetto, interno-esterno, la dinamica del ricoprire, la ricerca dell’utopia. In breve, tutto ciò che ci allontana dalla nostra naturalezza e che tende a fondarci come altro: un essere culturale, un essere di cultura.

 

33 Data la necessità del padre naturale, e l’invadenza del padre culturale, ontosico, imposto dal corpo sociale, il padre ha un’importanza decisiva nello sviluppo del bambino, importanza che, forse, è ancora più marcata nella bambina.

 

34 Il fenomeno di trasmissione della speciosi è l’opera non soltanto dei genitori ma, parimenti, dei nonni, delle componenti del doppio lignaggio (materno e paterno) al quale l’individuo appartiene: vi è perciò una dimensione individuale, una del lignaggio e anche una dimensione etnica[17], in qualche misura, nazionale, poi geo-sociale (ad esempio, l’Occidente), infine la dimensione specifica e quella di essere vivente. La scuola e l’organismo nel quale l’individuo lavorerà hanno, ancora, un’azione decisiva[18].

 

35  I fenomeni operanti al momento della costituzione dell’ontosi, repressione e stornamento, seguito da rovesciamento, saranno costantemente riaffermati e tenderanno a separare sempre più l’individuo dalla naturalezza. Questa dinamica è giustificata dalla teoria della necessità di uscire dall’animalità. La repressione realizza una negazione totale dell’essere originario e tende costantemente ad annichilirlo, provocando nell’individuo la sensazione della morte e riattivando, ogni volta che egli agisce, l’impronta della minaccia di estinzione.

 

36 Lo stornamento agirà sulla dinamica di conferma che consiste nel ratificare e nel considerare giusto l’atto o il comportamento dell’altro, in particolare del bambino, il quale si sentirà quindi accettato, riconosciuto. Con l’intervento dell’ontosi non si riconosce ciò che il bambino fa, a partire dalla sua naturalezza, ma ciò che ogni volta realizza nell’artificialità del modo di vita, vale a dire nella dinamica di adattamento ai dati imposti dall’ordine sociale, tramite l’intromissione della madre. Ogni volta che il bambino si comporta in funzione delle attese dei genitori che vogliono, per il suo bene, integrarlo nel, e adattarlo al, corpo sociale, dunque ogni volta che il bambino accetta l’essere ontosico dei genitori, il riconoscimento scatta. Il bambino, dunque, non è più in continuità con il fenomeno vita, ma è in continuità con i genitori che appaiono come dei terminali – genitori supporto del fenomeno vita.

Dato che i genitori non sono mai stati confermati nella loro naturalezza, si trovano sempre nella condizione di voler essere riconosciuti dai figli. La loro realtà divenuta inaccessibile, essi l’hanno perduta.

 

37 Il doppio movimento indotto dalla necessità della domesticazione e dalla necessità incosciente dei genitori di essere riconosciuti, tuffa il bambino nel processo ontosico che trasforma il processo naturale di conferma, concretizzazione della continuità, nel processo ossessivo di essere riconosciuto.

 

38 Lo stornamento consente di allontanarsi dal momento del numen, di distogliervisi e, così, di sfuggire la sofferenza; da qui prende avvio la dinamica del ricoprire[19] che è un distanziamento. Lo stornamento induce la compensazione: le manifestazioni d’amore compensano la sofferenza per lo strazio di essere sviato. L’immediatezza si trova, per così dire, fracassata, espressione profonda della catastrofe.

 

39 La dinamica di riduzione, direttamente connessa alla dinamica di separazione dal resto della natura, è un processo di produzione dell’individuo e della sua solitudine. Il bambino è soltanto questo: un essere posto nella dipendenza, nell’inferiorità. Da qui scaturisce la dinamica del fissare i limiti e l’imperativo del doversi accontentare. La teoria ontosica postula che il bambino non ha limiti, vuole tutto, è insaziabile etc., ma se si è in continuità, non c’è il problema dei limiti: si percepisce perfettamente dove si è, giacché si è posizionati nel continuo, come ciò che sorge emergendo entro il fenomeno vita. È la percezione dell’individualità-Gemeinwesen e insieme di tutto il fenomeno del continuo.

Limitare è riattualizzare la rottura di continuità; è ripeterla coattivamente.

 

40 Il complementare della riduzione è il recupero: l’adulto che, durante l’infanzia, ha subìto la desostanzialiazzazione, lo spossessamento, recupera tutto quel che palesa il fuori-norma socio-parentale, nell’affermazione del bambino, cosa di cui fu privato per integrarlo nella dinamica della domesticazione. Il recupero deriva egualmente dalla pratica dello stornamento. Quel che il bambino cercava di affermare nella sua idiosincrasia è fuorviato poi integrato nel processo di domesticazione, riconosciuto per essere utilizzato (spossessamento).

 

41 Dal polo del bambino, poi del bambino divenuto adulto, si compie non tanto un’azione quanto una reazione; questo si esprime già nel fatto che il bambino deve interpretare ciò che avviene e che non ha rapporto col suo piano di vita: produzione di fantasmi. Alla radice di tale reazione si trova un vissuto atroce: la sofferenza per non poter abolire la discontinuità, cicatrizzare la ferita. Il processo di vita, come tale, appare come generatore di sofferenza. Vivere è soffrire. L’impossibilità di ristabilire la continuità fonda l’impossibilità di accedere al reale[20], la quale ha dunque tre fondamenti: la non effettività della continuità con la madre, il suo rifiuto della naturalezza del bambino, della sua realtà, e l’assenza del padre.

Il radicamento di quest’impossibilità risiede nel trauma che fa passare al di là della realtà e rende dunque il reale impossibile[21].

 

42 Sopravvivere e sottovivere consistono nell’evitare la sofferenza e tentare di accedere al reale, il quale, fondamentalmente, è ricercato in una dinamica che include una dimensione contraddittoria con l’aiuto della copertura.

 

43 La dinamica si manifesta, innanzitutto, come dinamica dell’ammansire (attenuare) la sofferenza, e soprattutto ciò che la causa; dunque ammansire la madre (numen). Di conseguenza, si tratta di adottare un comportamento che consente di essere accettati dalla madre, facilitando in tal modo la domesticazione che ella veicola. La gioia di essere accettati si trova sempre inconsciamente gravata dalla sofferenza di perdersi, di non essere percepiti nella propria realtà, di sentire che non si può accedere a un’affermazione che essendo stornati.

La dinamica dell’ammansire, adottata dal bambino, si sviluppa in complementarietà con quella di domesticazione adottata dagli adulti (schemi comportamentali). Tentando di domare i genitori, e la sofferenza interna, il bambino ratifica la domesticazione per essere accettato, riconosciuto.

 

44 Per adattarsi all’ontosi dei genitori, il bambino mette in atto un rovesciamento, da costoro inconsciamente ricercato. Il bambino diventa il padre o la madre di uno dei genitori, oppure di entrambi.

 

45 In questa complementarietà di dinamiche si radicano: l’adattamento, l’autorepressione, la servitù volontaria. Questa complementarietà agisce di concerto col tentativo del bambino di salvare i genitori (il bambino salvatore), anticipando il loro desiderio incosciente. Per questo il bambino è spinto a sacrificarsi, vale a dire a separarsi dal suo essere originario, fondando l’impronta: essere accettato è sacrificarsi.

L’abbandono di sé comporta la necessità di costruire, organizzare, un altro essere. Il lavoro, come attività più o meno torturante, ma produttrice, produttiva dell’essere ontosico, è la metafora esteriorizzata di questo processo che si attua in ogni bambino, a causa della domesticazione.

 

46 L’inaccessibilità del/al reale fonda la dinamica della simbolizzazione. Si simbolizza per rendere  accessibile il reale. Il simbolo è il supporto della mancanza, della mancanza di accesso al reale.

La simbolizzazione è un’operazione che porta alla realizzazione dell’essere irreale di cui parla A. Janov, una componente fondamentale dell’essere ontosico[22].

 

47 La simbolizzazione non pertiene soltanto al dominio intellettuale. Essa opera parimenti a livello somatico. Le differenti malattie simbolizzano i mali psichici dell’essere ontosico. Lo stato isteroide testimonia dello stesso fenomeno. All’inizio del secolo scorso, lo studio dell’isteria ha dato luogo alla constatazione della parentela tra sintomo e simbolo. La simbolizzazione organica completa l’isomorfia di espressione dello psichico e dell’organico. Tra le due espressioni c’è continuità giacché non vi sono due ambiti separati: il corpo e la psiche. In ogni modo, l’ontosi tende a porre delle discontinuità nella totalità dell’individuo (fenomeno di segmentazione, di compartimentazione)[23] fondando la rappresentazione del separato e anche il modo di espressione dissociato (l’espressione nella dissociazione).

 

48 Il reale inaccessibile segnala la perdita di evidenza. Di conseguenza, la realtà diviene ciò che dev’essere effettivo, che deve agire, altrimenti non risulta afferrabile.

 

49 La perdita della vita contemplativa deriva dalla perdita di evidenza. Speciogeneticamente l’evanescenza della contemplazione avviene al momento del passaggio dalla raccolta alla produzione mediante l’insorgere dell’agricoltura.

 

50 La metafisica si sviluppa come discorso metaforico relativo al reale inaccessibile, e come teoria che ricopre. La metafisica è la tecnica per eccellenza vòlta a raggiungere il reale.

 

51 L’impossibilità di accedere al reale si manifesta nella frequente confusione operata tra realtà e verità. Molto spesso l’individuo sostituisce verità a realtà per designare sia sé, sia il mondo, come se, in tal modo, potesse trascendere il reale non raggiunto, e compensare l’effetto del trauma.

 

52 Nel giuoco, l’uomo, la donna, a qualsiasi età avvenga, manifestano spesso l’impossibilità di accedere al reale.

 

53 Inaccessibilità al reale e indecidibilità si condizionano reciprocamente. La repressione del desiderio – ripetizione coatta del rifiuto della naturalezza del figlio da parte della madre – riattiva l’inaccessibilità alla realtà, e l’indecidibilità su ciò che dev’essere effettuato.

 

54 L’indecidibilità risulta non soltanto dall’impossibilità di accedere al reale ma anche dall’impossibilità, correlativa, di posizionarsi. Questa indecidibilità deriva da un vissuto concreto: la madre ambivalente, ambigua, paradossale nella misura in cui, contemporaneamente, rifiuta e accetta, affascina e terrorizza.

L’indecidibilità, molto spesso, si fonda al momento del vissuto intrauterino, vettore di un'impronta, al momento in cui la madre non sa se deve trattenere o espellere l’embrione che ha in sé.

 

55 L’irrazionale affiora, per così dire, nell’indecidibilità, come nel paradosso, nel dilemma, nella contraddizione, nell’ambivalenza, e riattiva l’angoscia mai eliminata.

 

56 Alla base di quest’indecidibilità c’è un vissuto che può già essere una ripetizione coatta: il momento della presentazione del feto nel collo uterino. A causa della non presenza della madre, dunque del fallimento della simbiosi che si traduce in un difetto di contrattilità-elasticità delle fibre del collo uterino, il feto è di fronte a un dilemma: avanzare forzando, col rischio di danneggiare la madre – supporto per vivere la sua morte – o restare nell’utero e interrompere lo sviluppo, supporto per “vivere” la propria morte. Il dilemma, risolto in un senso o in un altro, porta sempre allo stesso risultato: lo smacco. Per l’individuo, il contenuto di questo fallimento, è una perdita: se esce dall’utero, è una perdita del conosciuto che rassicura, che è tangibile; se vi resta, è una perdita del suo sbocciare, del suo divenire. In entrambi i casi, si tratta di un supporto per il vissuto di morte.

Per sfuggire al dilemma, l’individuo si rifugia nella trascendenza, ratificando la non accessibilità al reale.

 

57 L’irrazionale gravato della confusione (che descrive come un’orbita al suo intorno), si manifesta nel caso di ogni riemersione, soprattutto se questa è determinata da un evento positivo, gratificante, che provoca gioia. L’espressione: piangere di gioia, ne è una constatazione: un uomo, una donna, sono felici e piangono, ma tale espressione testimonia di un profondo errore, di una confusione relativa a ciò che essi vivono. La gioia provata, qui e ora, diminuisce le resistenze alle riemersioni del vissuto; da qui deriva la completa invasione, per l’individuo, della riemersione della sofferenza di non essere stato confermato, amato. Il fenomeno isterico, sovrapposto al fenomeno della manifestazione della gioia, indica la riemersione organica della confusione originaria, confusione teorizzata tramite l’adagio: i contrari si attraggono. Questi sono spesso gli elementi costitutivi del fenomeno confusionale, della confusione (tesi 81).

 

58 La patologia della comunicazione non dà origine alla patologia mentale, come si manifesta, ad esempio, nella schizofrenia, e come tendono, invece, ad affermare i partigiani della teoria della comunicazione. Il trauma legato alla rottura di continuità provoca un rifiuto a comunicare o una perturbazione, più o meno forte, dell’attitudine a farlo. Quest’attitudine, infatti, raramente si mostra in maniera pienamente effettiva in ciascuno degli uomini e delle donne.

La lingua è determinata dall’ontosi. Per converso, l’ontosi è strutturata dalla lingua, anzi codificata, e ne riceve un quadro di riferimento.

 

59 L’inaccessibilità del reale testimonia l’incompletezza in cui si trova l’essere ontosico, l’incompletezza vissuta. Per compensare, egli tende a postulare l’esistenza di un mondo invisibile, intermedio, popolato da diverse entità, posto tra sé e la realtà sfuggente.

 

60 Inaccessibilità del/al reale e indecidibilità provocano la tematica del senso, la sua ricerca, come si evince in maniera particolarmente espressiva nella ricerca del senso della vita.

La rottura della continuità fonda l’irrazionale, il quale, in definitiva, impone la ricerca di un senso come significato e direzione, e di uno scopo, di una finalità atta a secernere un senso.

 

61 Il reale è ciò che ci sfugge, ciò che irrimediabilmente fu e non fu percepito, ciò su cui ci si è sbagliati, e su cui si sono fondati i nostri fantasmi. La ricerca dell’origine mostra il tentativo di avvicinare il reale, di raggiungerlo, di levare la confusione, l’errore. In maniera isomorfa, la ricerca della verità si dispiega come un tentativo di esorcizzare l’errore, il falso, la mancanza. Tuttavia la confusione resta, per così dire, irriducibile e si reimpone nella ricerca tra realtà e verità.

 

62 La rottura della continuità suscita il desiderio di ritrovarla. L’individuo tenta di pervenirvi con varie condotte, come la conferma che è un eufemismo del ristabilirsi della continuità. Dato che la conferma raramente è immediata, resta un palliativo, un surrogato. L’accettazione è la forma dimidiata della continuità, L’adattamento è la ricerca della continuità fuori dalla via immediata, dalla via naturale.

La ricerca del riconoscimento esprime, in maniera ancora più netta, il desiderio della continuità e il non accesso ad essa, tanto più che tale ricerca implica approntare delle tecniche. Tutto ciò che è intrapreso mira inconsciamente a ritrovare la continuità.

 

63 La rottura della continuità provoca violenza e confusione; ne risulta che la volontà di ristabilirla molto spesso si esprime tramite esplosioni di violenza. Ogni volta che il bambino non è visto, inteso, percepito come tale, manifesta un’intensa violenza e vorrebbe spaccare tutto, annientare tutto,  a causa del fatto che si è sentito egli stesso annientato al momento della rottura.

 

64 La violenza consiste, fondamentalmente, in una tecnica vòlta a ristabilire la continuità. La violenza tende, parimenti, ad abolire l’irrazionale che è insopportabile. Finché ci sarà un irrazionale nell’uomo, nella donna, la violenza persisterà.

 

65 Ne deriva ugualmente che l’individuo, per raggiungere la continuità, tenta costantemente di uscire dalla confusione, perlopiù avvertita in modo incosciente, che lo fa arrabbiare. Il corollario è il desiderio di posizionarsi e di reperire l’altro.

 

66 Tenere un discorso adeguato e nominare correttamente gli esseri e le cose, partecipano di questa lotta contro la confusione. La manipolazione del discorso e della definizione delle cose sono tecniche fondamentali per mantenere il potere politico, statuale[24], dunque per rendere perenne l’assoggettamento, la dipendenza, le radici dell’ontosi a livello di ciascun uomo, ciascuna donna.

 

67 Il trascendere mira a uscire dal blocco provocato dalla rottura, a sormontare lo spazio, il vuoto, la voragine, indotti dalla realizzazione della discontinuità. Esso mira anche a esistere a partire da un al di là, a partire da un punto fisso[25], il quale deve determinare tutto il divenire che si dispiega in questo al di là chiamato trascendenza (tesi 55). La stessa parola indica anche il movimento per accedervi.

 

68 Trascendere per raggiungere un topos, un luogo ove, infine, si sia nella sicurezza. La trascendenza tende dunque a indicare il movimento dell’andare al d là, e l’accesso a tale al di là che da quel momento è fondato.

Il topos, originariamente, è il luogo da cui si sorge (l’utero). Diviene ciò che genera, il luogo da cui si spunta (idea di libertà), come palesano i miti dell’autoctonia[26].

 

69 La trascendenza appare come un fenomeno compensatore e inverso del trauma. Essa realizzerebbe il ritorno a ciò che ci ha perforati[27], messi in agitazione.

 

70 Sublimare è omettere la separazione per raggiungere una continuità che è, quindi, virtuale.

 

71 Il desiderio della continuità si esprime nell’idea di reincarnazione, nella credenza delle vite precedenti, o nella metempsicosi, ma anche nella speranza-credenza nell’immortalità, in una «vita dopo la morte». Il desiderio d’immortalità mostra, infatti, l’impossibilità di vivere l’eternità, e palesa pienamente l’assenza di continuità all’interno dell’essere stesso.

 

72 La separazione effettiva, tacita, o non pienamente rivelata, fa rivivere al bambino la rottura. Da qui deriva il suo profondo desiderio di scongiurarla e, se essa avviene, di negarla. Ratificare questa separazione vorrebbe dire ratificare una rottura in se stesso, sarebbe rimettere in causa ciò a partire da cui il bambino deriva: il concepimento che implica un’unione, l’effettuazione di una messa in continuità.

 

73 La continuità con l’essere originario, in maniera più o meno sottile, è inconsciamente mantenuta; l’essere originario può, talvolta, manifestarsi chiaramente, in quei momenti privilegiati in cui non è attivata alcuna impronta.

 

74 Non rimettere in causa la repressione parentale consente di mantenere apparentemente la continuità: è una mistificazione che permette di vivere nell’illusione.

 

75 La continuità percepita come un oggetto, un oggetto da raggiungere, non può essere vissuta come dato a cui si partecipa; in questo modo si agisce nella dinamica della manipolazione.

 

76 Transfert e proiezioni[28] sono delle operazioni inconsapevoli che mirano a stabilire una continuità. La discontinuità, interrompendole, getta l’individuo nella derelizione. Da qui deriva la ricerca dei  supporti[29], che può farsi sfrenata, e lo scatenarsi della violenza al momento della loro perdita.

 

77 In generale, uomini e donne temono il discontinuo che riattiva, inconsciamente, il trauma originario. Da ciò deriva il rifiuto della novità, supporto del rimettere in questione che rende insicuri perché frantuma tutta la costruzione allestita dall’individuo per sopravvivere e sottovivere.

 

78 Il discontinuo può essere percepito come l’evanescente e dunque come ciò che si oppone al permanente. In questo caso il discontinuo esercita un certo fascino, come mostra l’importanza attribuita all’apparizione e alla scomparsa di fenomeni naturali, essi stessi dei supporti per percepire la nascita e la morte.

 

79 Nel caso del mistero, la discontinuità è ricercata perché, accedendovi, l’individuo può, chiuso in se stesso, essere protetto dal mondo vigente (dinamica apotropaica). Parimenti, la discontinuità è ricercata per porre fine a una situazione divenuta intollerabile, situazione che perdura senza che appaia chiaramente una via d’uscita, e perché s’impone l’idea (speranza) che a partire da tale discontinuità un’altra dinamica di vita è possibile.

 

80 A livello individuale, come a livello della specie, una rottura troppo radicale, una discontinuità troppo rapida, si rivelano nefaste giacché, per via del crollo improvviso delle protesi, delle difese, e per l’evanescenza dei supporti, si producono delle vaste riemersioni[30], generatrici di violenze difficilmente controllabili, che provocano un’impossibilità di posizionarsi, segno di un’immensa crisi di presenza.

La discontinuità, che deve avvenire, dovrebbe svolgersi nel corso di un processo continuo di eliminazione di tutto ciò che inibisce lo sviluppo dell’individualità, della specie, ovvero a partire da un’integrale inversione del comportamento degli uomini e delle donne.

 

81 La maggiore nocività della riemersione sta nel suo riattulizzare la confusione (tesi 56) e l’insicurezza originarie. L’essere colpito da una riemersione si trova in uno stato confusionale. Piangere di gioia, lo ripetiamo, è vivere una confusione. La gioia intensamente provata (tanto più intensa quanto più è debole la sua occorrenza) diminuisce le resistenze dell’individuo alla riemersione del suo vissuto rimosso. Di conseguenza, nel momento in cui la persona vive coscientemente la sua gioia, si può produrre come fenomeno incosciente la riemersione, la quale si manifesta tramite una sorta di epifania, un sintomo: il pianto[31].

 

82 L’essere che si è separato dall’essere originario, l’essere adattato, addomesticato, penetrato dall’ontosi, e da essa imbevuto, è dunque sottoposto alle riemersioni. Tutta la sua dinamica di vita sarà determinata dal desiderio di evitarle. L’individuo sarà assecondato, in questo, dalle misure prese in seno alla società, dove tutto è fatto per evitare che si producano le riemersioni, dato il loro carattere eminentemente pericoloso per l’ordine sociale giacché esse rimettono in causa la coesistenza dei suoi membri. Qualora la repressione attraverso la morale non sia più sufficiente, non sia più utilizzabile, allora s'impone un controllo[32].

 

83 Evitare le riemersioni significa sopravvivere e sottovivere[33]. Su scala sociale, il ricorso alla neutralità consente, in una certa misura[34], di pervenirvi. La neutralità implica l’eliminazione di ogni dimensione emozionale, affettiva, che potrebbe riattivare un’impronta. La neutralità necessita ugualmente di non formulare giudizi. Dato che il fenomeno ontosico non è percepito si finisce, però, nell’impossibilità di posizionarsi e in un’astratizzazione, un’altra forma di separazione, di spossessamento.

 

84 L’anticipazione è una pratica intellettuale spesso impiegata per scongiurare una riemersione nell’altro. Anticipare significa fare o dire prima ancora che l’altro faccia o dica. Anticipare comporta non ascoltare e interrompere l’altro per prestargli il discorso che si vorrebbe che tenesse.

In situazioni complesse, in cui sono coinvolte diverse persone, l’anticipazione implica effettuare un’identificazione che può essere multipla, ovvero l’individuo si può identificare a diversi altri. Mettendosi al loro posto, l’individuo è spinto ad anticipare il loro dire o il loro fare perché così crede di poter smorzare una riemersione nella persona fungente da supporto del transfert del genitore al quale si è parimenti identificato.

 

85 Una possente difesa contro la reinstaurazione e le riemersioni, risiede nella pratica di segmentazione, di compartimentazione, che contribuisce a installare delle discontinuità, all’interno dell’individuo, tra i diversi livelli della sua espressione: tra il livello organico e quello emotivo, tra il livello emotivo e quello dei sentimenti e, infine, tra il livello sentimentale e il livello dei pensieri. Questa pratica si ritrova, in ambito intellettuale, nel metodo della divisione delle difficoltà, per esempio con la separazione dei problemi posti da un evento. Si separa, in qualche misura, per salvaguardarsi; è un supporto per dividere il male che è in noi.

 

86 La segmentazione, la compartimentazione, esprimono la divisione dell’essere al fine di ritrovare la molteplicità ed evitare il solipsismo, la riduzione ad un’ipseità.

 

87 L’insufficienza dei diversi fenomeni vòlti a proteggere dalla sofferenza, dall’instabilità, dalle ripetizioni coatte, dalle riemersioni, porta l’individuo a costruirsi un altro essere, a entrare in un’altra dinamica di vita che ricoprirà quella antica, a seppellirla, in qualche misura, affinché essa non si manifesti più. Grazie al lavoro, l’individuo potrà attuare un riversamento, trovando sollievo alla propria ritenzione.

La copertura tende a inibire la reinstaurazione di ciò che fu.

 

88 Ricoprire è protendersi in un’attività in cui il reale è accessibile; da qui deriva l’importanza, a livello di specie, dei miti e dei riti, della religione, dell’arte, della politica, dell’economia, così come della filosofia e della scienza, ma anche della spiritualità o dell’occultismo. Da qui deriva anche l’essenzialità del lavorare –  in particolare in Occidente[35] – di organizzare, di strutturare.

 

89 Ricoprire significa raggiungere la stabilità, la sicurezza, perché significa passare sopra il vuoto determinato dalla rottura della continuità, come se fosse stato colmato[36]. La copertura si esprime mediante il lavoro che ne costituisce la giustificazione inconsapevole.

 

90 La copertura aumenta la tensione della ritenzione. Di conseguenza, l’individuo, per compensare, inconsciamente, ha tendenza a riversarsi. Ogni attività si presenta come un supporto per dei riversamenti di tensioni trattenute. Lo stesso fenomeno accade con gli interventi verbali che sono perciò appesantiti da carichi e che provocano un disagio, oppure una riemersione, nell’interlocutore.

Le diverse forme di gioco, così come i giochi di parole (motti di spirito), i calembour, le battute, lo humor e anche l’ironia sono dei pretesti al riversamento.

Il momento della realizzazione dell’atto sessuale si presenta come l’evento per eccellenza in cui si compie il riversamento.

 

91 La copertura opera nella stessa dinamica della rimozione, nella misura in cui tende ad affossare ciò che addolora, ma si realizza attraverso una serie di attività coscienti (fenomeno compensatorio). Da qui deriva l’esaltazione della coscienza e la ricerca costante di accrescerne l’ambito, la sfera. L’accrescimento del contenuto di coscienza, concomitante all’accrescimento della sua forma contenente è la compensazione necessaria ad accrescere ciò che è inconsapevole, posto come l’inconscio.

Coscienza e inconscio sono delle strutture ontosiche, espressioni della discontinuità interiorizzata, le quali inibiscono il divenire degli uomini e delle donne, ingombrando entrambi.

 

92 L’inconscio è un prodotto della repressione, della rimozione, della ritenzione. Col mantenersi del processo di uscita dalla natura e dunque della repressione parentale, il fenomeno ontosico si rinnova ad ogni generazione. Ciascuno trasmette l’ontosi al proprio discendente senza che ci sia l’intervento di un inconscio collettivo.

 

93 La coscienza deriva anche dalla repressione, la quale riattiva la rottura della continuità, – rottura che promuove, a sua volta, lo sforzo individuale per ristabilirla – , e dalla resistenza che l’altro impone alla realizzazione di detta continuità. Detto altrimenti, la coscienza sorge dallo sforzo per mantenere la continuità – dunque è una mediazione (un fare) –  e dalla resistenza che il numen oppone alla sua accessibilità. Detto altrimenti ancora, la coscienza risulta dalla sintesi di questo sforzo, di questo fare, e della resistenza stessa che la pone. Porre sé, opponendosi, implica, infatti, manifestare una resistenza.

Sforzo, resistenza, implicanti un interno e un esterno in quanto ambiti separati, sono isomorfi ad azione e reazione. Il lavoro appare come l’articolazione tra lo sforzo e la resistenza, tra l’azione e la reazione, e la coscienza come l’interfaccia tra l’interno e l’esterno che è stata interiorizzata.

 

94 Proclamare l’essenzialità della coscienza significa rivendicare la separazione, porre un separato, un contenuto che implica una ritenzione; significa istituire delle asperità, degli appigli che consentono la manipolazione.

 

95 La coscienza, espressione della confusione in cui si è posti, separa l’individuo dal reale unendolo a sé grazie a un’operazione, una manipolazione. L’individuo vi attinge gli elementi, gli strumenti, necessari a risolvere le difficoltà che incontra.

 

96 In quanto dotati di una coscienza, si è fondati come degli esseri atti a essere manipolati. La manipolazione è l’espressione più evidente dell’interiorizzazione della tecnica.

 

97 La copertura opera anche in una dimensione di evitamento. Ciò che è fatto, eseguito, installato, mostra di avere una dimensione apotropaica che si presenta come uno stornamento inverso. Si tratta di un’attività per sviare il male, la cattiva sorte, ciò che fa male; si tenta di scongiurare ciò che è vissuto come una fatalità, un destino.

 

98 La copertura si può manifestare anche in modo contraddittorio, mediante l’amplificazione del vissuto, di ciò che ci ha profondamente perturbato. L’amplificazione opera con l’aiuto dei fantasmi, dei miti, come avviene nella letteratura e nella dinamica terapeutica[37]. La loro accumulazione ricopre, finalmente, il vissuto doloroso, ma è contraddittoria perché alla base sta il desiderio di arrivare a percepire cosa ci ha traumatizzati, ciò che è stato rimosso e coperto da un vissuto successivo, il quale non ha confermato il trauma o non lo ha fatto sufficientemente da reimporlo;  trauma, dunque, che è difficilmente accessibile in modo immediato e che ha bisogno di essere ingrandito dalle ripetizioni coatte e dai fenomeni operanti alla stregua di un microscopio psichico.

 

99 Nel corso dei diversi momenti in cui si verifica l’ingrandimento del fenomeno perturbatore iniziale, il processo di conoscenza è all’opera. Uomini e donne cercano di comprendere cos’è accaduto. Da qui deriva l’apparente ripetizione che s’impone nel corso dei secoli, mentre, in effetti, a ogni nuova ripresa del tema di ricerca, c’è un approfondimento reso possibile dalla potenza della ripetizione coatta agente a livello della specie[38]. 

 

100  Una delle funzioni del sogno è quella di realizzare l’amplificazione che opera sia in maniera immediata che mediante la simbolizzazione. Da un punto di vista generale, l’attività onirica segnala che stiamo costantemente cercando una soluzione a quel che ci tormenta[39].

 

101 Ricoprire implica lavorare, produrre, fare, interpretare, anticipare, in modo tale che l’individuo non si affermi più nell’immediatezza del suo processo di vita, a partire dal quale potrebbe «fare», ma entro un processo che gli è stato imposto (repressione) o che si è imposto (copertura) al fine di non ripetere coattivamente (necessità dell’anticipazione e dell’interpretazione), di scongiurare.

 

102 Copertura, rimozione e ritenzione divengono, con l’invecchiamento, sempre meno operative a causa della perdita di energia. La regressione all’infanzia dell’anziano, dell’anziana, svela ciò che l’individuo, maschio e femmina, è sempre stato: un bambino soggetto al terrore. Si verifica, innanzitutto, la diminuzione della forza della copertura dovuta alla perdita di attività (pensionamento) e all’isolamento spesso correlato a tale perdita. L’aiuto che gli altri danno per conservare la copertura appare nettamente nel fenomeno della longevità che spesso si riscontra negli uomini politici, nei personaggi famosi o nei ministri della Chiesa o di istituzioni similari. Essere riconosciuti permette di ricoprire per non percepire l’orrore subìto, vissuto.

 

103 Per non ripetere coattivamente*, l’uomo e la donna tendono a giocare, e così facendo cercano di sfuggire alla dipendenza e al determinismo della ripetizione coatta. Il gioco, certamente, ha un fondamento naturale, ma dall’infanzia funziona come supporto dell’operatore della ripetizione coatta. Il bambino manipola i giocattoli, ­– l’adulto diversi oggetti, diverse idee – restando lo zimbello di un meccanismo infernale. Nel corso della nostra vita siamo giocati perché,  inconsciamente, non facciamo che ripetere coattivamente.

 

104 Il gioco è un supporto essenziale, non soltanto per provare a scongiurare, ma per ricoprire, per compensare la vita affettiva, attiva. Il gioco, perciò, è in un rapporto stretto con l’illusione nei confronti di se stessi e degli altri. Esso fonda la possibilità di attualizzare i ruoli. Da qui deriva anche l’essenzialità del teatro recitato o cantato, del cinema, della televisione, dei giochi di ruolo, della virtualità.

 

105 La ribellione e il rifiuto possono partecipare alla dinamica di liberazione-emergenza, anche se, in genere, contribuiscono a imporre l’ontosi perché la volontà di eludere**, il più delle volte, conduce a ripetere coattivamente in maniera ancora più forte. D’altra parte, edificare sé, negando costantemente quei fenomeni che in noi si reimpongono, risucchia nella dinamica ontosica: la negazione di ciò che è, contribuisce, infatti, ad affermare tale dinamica. La negazione, inoltre, mantiene la dualità, fondamento dell’ontosi.

 

106 Lottare contro la riduzione in cui si è stati posti; salvare qualcosa, preservare la propria originalità[40]: tutto ciò rimane entro la dinamica ontosica perché si mantiene un equilibrio che rigenera costantemente la dualità. Resistere è ratificare.

 

107 I fenomeni di adattamento e di ribellione determinano le differenti fasi della vita dell’essere ontosico. Fino ai 5 anni, circa, l’individuo cerca d’imporre la propria realtà, mentre si adatta. In seguito, abdica e l’adattamento ha il sopravvento. 7 anni sono considerati, in Occidente, l’età della ragione (età in cui ci si fa una ragione). L’erompere della sessualità la rimette in causa; l’energia posseduta consente all’individuo di tentare nuovamente di essere riconosciuto come essere naturale, diverso dagli altri. La pubertà è un periodo di possenti riemersioni e d’intense ripetizioni coatte, benché l’individuo cerchi fondamentalmente di eludere, di scongiurare. La rivolta può durare, più o meno stemperata, per tutto il resto della vita. È il caso meno frequente. La maggioranza degli individui accetta dei compromessi, si adatta. Successivamente, diverse riemersioni, diversi riversamenti possono di nuovo turbare l’equilibrio raggiunto. Grazie al matrimonio, o a una qualsiasi altra forma di unione, e grazie all’arrivo dei figli, uomini e donne ricoprono e ripetono coattivamente. Nell’uomo la crisi della quarantina testimonia l’insufficienza della copertura; nella donna questo accade verso la trentina. Il nuovo equilibrio raggiunto poi, è rimesso di nuovo in causa, nell’uomo verso la sessantina e nella donna al momento della menopausa. Le fasi di crisi si presentano, in seguito, sempre meno distanziate l’una dall’altra a causa dell’aumentata perdita di efficacia della copertura, fino alla morte, ripetizione coatta finale[41].

 

108 L’installazione, l’instaurazione dell’ontosi si realizza con l’istituzione dei ruoli, e questo mostra, per la gran parte, la speciosi. Quest’ultima, infatti, è in rapporto con la separazione dei sessi: la fondazione della madre e del padre, così come la fondazione del figlio in qualità di oggetto conteso e segno di potere (matriarcato e patriarcato).

 

109 Il ruolo dell’uomo in quanto padre, e della donna in quanto madre, s’innestano su delle funzioni più o meno autonomizzate: la procreazione per la donna, la protezione (del bambino e della madre) per l’uomo che diventa un guerriero.

 

110 I ruoli intervengono nella dinamica di copertura, che è anche la dinamica del voler eludere. Schematicamente, e in sostanza, si ha questo: come madre, la donna, grazie al figlio, mira a ritrovare una totalità e una continuità dalla quale esclude l’uomo, e diventa un essere più o meno asessuato. Il bambino, supporto dell’identificazione, può diventare supporto del padre ideale. L’uomo, per contro, tramite una sessualità tendenzialmente esasperata, e la cui componente essenziale è la liberazione dalle tensioni, è costantemente alla ricerca di un supporto per essere in continuità con la propria madre. Se lo trova, diventa egli stesso un personaggio più o meno asessuato. 

 

111 La dinamica della donna, in quanto madre, provoca nell’uomo, in quanto padre, la dinamica complementare della concorrenza col bambino per l’accesso alla madre. La dinamica comincia, a partire dal polo paterno: l’uomo si sente escluso dalla donna-madre e questo riattiva in lui l’impronta di non essere stato accettato.

 

112 La dinamica inconscia che spinge gli uomini e le donne a procreare al fine di ripetere coattivamente, e di compensare la mancanza d’amore della loro prima infanzia, fonda il ruolo del figlio. Il suo divenire è determinato, infatti, dalla riduzione al ruolo di supporto, di donatore e di salvatore, riduzione nella quale è inconsciamente vissuto[42].

 

113 A causa di un’ancestrale divisione tra i sessi, gli uomini hanno abbandonato la loro partecipazione alla generazione del figlio. Di conseguenza, durante la gestazione, la donna è sola in rapporto al nuovo essere, e l’uomo diventa padre soltanto a partire dalla nascita. Qui si fonda e si radica l’impronta dell’assenza del padre. In una certa misura, l’uomo si è escluso da sé dalla relazione al figlio e ha innescato, come conseguenze, un sovrappiù di carico per la donna che la giustifica nel suo ruolo di madre, di genitrice assolutamente preponderante, e una tendenza ad imporsi, successivamente, come il genitore essenziale.

L’assenza del padre e la tendenziale invadenza da parte materna hanno un’origine remota e sono dei fondamenti dell’ontosi per ogni nuovo essere umano-femminile che avviene[43].

 

114 Per gli esseri ontosici, la sessualità s’impone come un operatore di unione in vista di ripetere coattivamente, mentre i sessi agiscono come operatori di posizionamento e di riferimento per la separazione.

 

115 Il divenire del capitale e il divenire alla virtualità comportano l’evanescenza dei ruoli: la donna è tendenzialmente liberata (spossessata) dalla maternità e diventa una guerriera; l’uomo può progettare di realizzare il fantasma di partorire e perde la prerogativa di protettore, di guerriero, mentre tendenzialmente perde anche il ruolo di colui che separa il figlio dalla madre per iniziarlo all’ambito della cultura.

L’evanescenza dei ruoli, legata all’autonomizzazione delle funzioni e determinata da una sempre maggiore separazione nei confronti della natura, lascia il campo libero all’operatività di un meccanismo di educazione-domesticazione, mediato da diverse istituzioni che intervengono sempre più precocemente nell’ambito della vita del bambino.

 

116 L’evanescenza dei ruoli conduce a un’immensa confusione, ripetizione coatta della confusione originaria. In tal modo la specie si avvicina a quel che determinò la sua speciosi.

 

117 I genitori amano i figli, ma non riescono a esprimere pienamente il loro amore a causa della dinamica di repressione della loro naturalezza, allo stesso modo, gli uomini e le donne delle diverse generazioni, in un’enorme ripetizione coatta, si amano ma non possono esprimere il loro amore, a causa delle diverse ripetizioni coatte e delle riemersioni determinate da quel che hanno subìto da bambini. Il più delle volte, dopo una fase più o meno lunga d’intesa (fase di latenza dell’espressione dell’ontosi), la loro unione si traduce in una coesistenza o in uno scatenarsi della violenza e tra questi due poli tutte le sfumature possibili.

Se gli schemi comportamentali sono complementari, ne risulta un’intesa, una coppia che perdura; se gli schemi sono simili, allora si realizza la violenza.

 

118 L’elemento unitario della specie si manifesta nella coppia uomo-donna[44]. In conseguenza dei fenomeni di stornamento, d’inversione e di rovesciamento, la coppia si afferma come il supporto dell’antagonismo, della contraddizione, della lacerazione; come il supporto della ripetizione coatta  fondamentale della lacerazione-separazione dalla madre.

L’attaccamento entro la coppia esprime la dipendenza – ripetizione coatta della dipendenza originaria – e non l’intima unione nella quale l’uomo, la donna, mantengono la loro individualità e tutta la loro potenza. Tutto questo è esasperato quando dall’attaccamento si passa alla fusione. 

 

119 La coppia è un supporto per ripetere coattivamente l’indecidibilità. Un uomo e una donna, che si uniscono in coppia, riattualizzano ciò che fu necessario al momento del loro concepimento, e che consentirà anche a loro di concepire un bambino assicurando in tal modo la continuità del processo di vita della specie, oppure ripeteranno coattivamente le coppie madre-figlio, padre-figlio? La coppia, nel medesimo tempo, è il supporto per vivere una confusione tra il concepimento e la nascita. Per uscirne, si tende, inconsciamente, a privilegiare la nascita a spese del concepimento.

 

120 L’essere ontosico tende a creare un mondo compatibile con il suo modo di vivere, un mondo in cui regnano la dipendenza e l’assistenza. S’impone qui, evidentemente, ancora il divenire della speciosi e tutte le organizzazioni che ricoprono, conciliano, reprimono prodotte dalla specie: i diversi tipi di Stato, le istituzioni di raccolta dei fedeli in una religione data, le associazioni, i gruppi etc.

 

121 Nessuna manifestazione individuale può essere ridotta interamente all’ontosi o alla naturalezza. Si ha a che fare con un miscuglio di entrambi, com’era per i manichei quello tra il bene e il male. Tuttavia, si può affermare che certune manifestazioni comportamentali come lo humor o l’ironia, e i sentimenti come la gelosia e la vergogna rivelano quasi integralmente l’ontosi.

La diffidenza e la sfiducia sono delle forme pervertite della vigilanza, attività che consente di mantenere la presenza.

 

122 Il fenomeno di autonomizzazione, tendende a imporre l’ontosi come unica modalità di manifestazione dell’individuo, è isomorfo al fenomeno che si svolge in seno alla specie. Lo si vede con l’affermarsi del valore, poi del capitale e il cui finale sbocca nella virtualità.

 

123 La morte dell’essere ontosico non è integralmente un fenomeno naturale: è l’ultima ripetizione coatta in cui, finalmente, l’essere originario si abolisce. Questa ripetizione, in gradi diversi, è la ripetizione coatta di un aborto[45], di un fallimento, dato che l’essere originario non è mai arrivato allo sviluppo, non è mai giunto in fondo al suo compimento.

Uomini e donne non hanno paura della morte, a cui non hanno accesso da migliaia di anni, ma temono questo aborto inevitabile, questo evento la cui inesorabilità genera un’angoscia profonda.

 

124 L’ampiezza del fenomeno morte nel xx° secolo, sia per quanto concerne la paura e il fascino che ispira, che per la difficoltà di realizzarla (accanimento terapeutico della sopravvivenza allettata), testimoniano l’importanza impressionante assunta dall’ontosi in ciascuno, ciascuna, di noi.

Il suicidio tradizionale si generalizza, e il suicidio in forma di sacrificio (ripetizione coatta), mirato a promuovere una causa (i kamikaze), tende a divetare più frequente. Il suicidio s’impone come uno scongiuro dell’aborto e come l’affermazione di una via trascendente per accedere a un mondo in cui l’essere originario potrebbe svilupparsi[46].

 

125 Nel corso della vita si agisce, di volta in volta, e come vittime e come carnefici. I reali soggetti di ciò che si verifica, i soggetti del male, non sono né le vittime né i carnefici ma un processo, un meccanismo, cioè l’ontosi, radicato nella repressione parentale, determinata essa stessa dal divenire fuori natura della specie. Gli uomini e le donne partecipano tutti, quindi, a un male, – il fenomeno ontosico dispiegato a partire dalla separazione dalla natura –, il quale si amplifica nella misura in cui la separazione si fa più decisiva, più profonda. Nel male ci sono degli elementi razionali e irrazionali ma anche un che d'irriducibile a essi, perché il male è la stessa ontosi. 

 

126 Lamentarsi spinge a percepirsi unicamente come vittime e ad aspettare una salvezza esterna. Accettare, o esaltare, il processo della vita sociale, significa ratificare il ruolo di carnefice e credere che il male possa essere eliminato mediante la repressione.

La ribellione si afferma spesso come una semplice transcrescenza della servitù volontaria.

 

127  Lamenti e vittimizzazione fanno il paio con l’attribuire agli altri, qui e ora, la responsabilità delle turbe, dei fallimenti subiti dall’individuo. In realtà, costui si mette, inconsciamente, nella situazione idonea per ripetere coattivamente ciò che ha subìto da parte dei genitori. Inoltre, attribuendo agli altri la responsabilità, l’individuo ne attiva l’impronta della colpevolezza. L’ontosi si perpetua attraverso questo meccanismo infernale che la costituisce e che spesso è definito fatalità, destino o karma.

 

128 Per spiegare l’esistenza del male si è postulata una cattiveria, una crudeltà, un’aggressività originaria di Homo sapiens. Ora, è vero il contrario: l’esistenza del meccanismo in quanto tale, del male in processo, determina le differenti forme della violenza e le attitudini per esprimerla, per effettuarla: ad esempio, la cattiveria.

 

129 Il bene, il male, e tutte le nozioni che sono loro connesse, formano il contenuto della coscienza morale, una forma della coscienza che ben si presta alla dinamica della manipolazione, la quale ricorre, essenzialmente, al senso di colpa.

 

130 Il male deriva da una somma di mali indotti da una dinamica di erranza in cui s’impongono stornamento e sviamento dal naturale. La costante autonomizzazione e ipostatizzazione fondano, nel corso dei secoli, il Male, un agente che opera nella speciosi e nell’ontosi come antagonista fondamentale del Bene, generato da un processo simile.

 

131 Una delle ragioni del successo della scienza sperimentale, in Occidente, consiste nel tentativo, da parte di uomini e donne, di eliminare l’approccio alla realtà in funzione del bene e del male, e di evitare che il reale sia un supporto dell’uno o dell’altro; questo ha comportato la messa al bando di una teorizzazione in funzione dei valori.

 

132 La scienza sperimentale si è imposta come l’attività di copertura per eccellenza. La sua attuale invasione da parte dell’etica, segnala lo smacco finale della copertura e dunque della scienza stessa.

 

133 La dissoluzione dell’ontosi, nel corso del processo di liberazione-emergenza, concernente tutti i membri della specie, farà capo alla dissoluzione del male. Resta comunque indispensabile che ogni membro miri a diventare realmente un’individualità-Gemeinwesen, altrimenti il fenomeno che opera nella separazione non potrà arrivare a compiersi.

 

134 Ogni teorizzazione relativa alle tare nascoste, a una componente d’ombra, agli aspetti vergognosi, inconfessabili, alle determinazioni bestiali concepite come infamie, a una dimensione demoniaca etc. più o meno costitutivi dell’uomo, della donna, è un discorso interpretativo dell’ontosi che la ratifica  in quanto processo.

 

135 Non c’è nemmeno da teorizzare un’innocenza originaria, una bontà originaria etc., perché ciò presuppone ancora la dinamica ontosica negando ciò che per causa è realizzato. Si verificherà, invece, una dinamica naturale che non mostrerà morale alcuna.

 

136 Non si deve lottare contro il male, che è sempre stato collocato su un supporto ben determinato, come nella lotta di classe, nella lotta tra le generazioni, nel razzismo etc. Allo stesso modo, non si tratta di demonizzare i genitori o di auspicare una lotta contro di loro dei figli. Ciò, in particolare, inibirebbe ogni possibilità di liberazione-emergenza degli adulti che sono diventati genitori, mettendoli in presenza di un’indecidibilità e di una confusione: devono optare per il figlio o per il genitore?

 

137 L’abbandono del processo rivoluzione è l’abbandono della lotta contro, per favorire, di converso, la dissoluzione del mondo dell’ontosi in noi e fuori di noi, abbandonando questo mondo, e per accedere alla piena percezione del fenomeno specio-ontosico che colpisce la specie da migliaia di anni.

Una dinamica simile si effettuerà per le altre forme della lotta contro il capitale, contro il mondo da esso organizzato.

 

138 Il capitale è la rappresentazione-concretizzazione dell’ontosi e della speciosi dato che esso opera per l’individuo come per la specie. Il capitale è l’ontosi-speciosi divenuta soggetto, antropomorfizzata, la quale determina la vita degli uomini e delle donne. Grazie ad esso l’ontosi-speciosi diventa visibile[47].

 

139 Il processo di costituzione del capitale include il fenomeno dell’alienazione. Finché c’è alienazione non c’è follia. O meglio, producendo il capitale, la specie ha costituito un altro essere a partire da se stessa, come per distanziarsi dal male che la rode. In compenso, con la morte potenziale del capitale e lo sviluppo della virtualizzazione, la specie tende a ripiegarsi su se stessa, in un solipsismo per il quale ha avuto, d’altronde, nel corso del suo divenire, diverse tentazioni. La follia è l’ipseizzazione, la riduzione a sé, l’impossibilità di ogni divenire. Tutto questo è teorizzato, in particolare, con l’idea di fine della storia, nella misura in cui questa è posta come la fine del divenire.

 

140 Né perdono, né condanna – allo stesso modo, né idealizzazione, né demonizzazione della natura – ma necessità di percepire in maniera implacabile tutto l’invisibile, tutta l’ontosi, tutto ciò che è stato posto, vissuto, come il male, senza realmente percepirlo. Non c’è nemmeno riconciliazione giacché riconciliare è conservare ricoprendo[48].

Né salvare, né dannare ma raggiungere la nostra naturalezza, la continuità col processo di vita: ciò sarà la dissoluzione dell’ontosi e l’avvio di un processo di rigenerazione agente in profondità in ogni uomo, ogni donna.

 

141 Per sopravvivere e sottovivere la specie umana, particolarmente in Occidente, ricorre ad una psicologizzazione generalizzata, la quale denota, in tal modo, che l’insicurezza iniziale, la minaccia primordiale sono sempre operative e che l’uscita dalla natura non ha consentito di accedere alla sicurezza e alla protezione. Questo fallimento ci obbliga a vedere non soltanto l’ontosi, ma la sua insufficienza, il rischio della follia e i pericoli della virtualità.

A partire dalla comprensione di questo momento singolare può dispiegarsi un’altra dinamica di vita.

 

142 Tutte le soluzioni ontosiche (tanto sul piano organico che intellettuale) sono per l’adulto delle aberrazioni che inibiscono il compimento del suo processo di vita, che attivano il suo malessere, anche se, all’origine, furono le uniche soluzioni atte ad assicurarne la sopravvivenza e la sottovivenza (che sia avvenuto allo stato d’embrione, di feto, o di neonato).

 

143 Il rivissuto autentico del trauma e delle sue ripetizioni coatte, così come il risentire in profondità l’immensa sofferenza indotta, ben posizionata nel passato e distanziata da quel che avviene, qui e ora, può consentire di disattivare le impronte e di liberarsi. Tuttavia, se la realtà dei rapporti tra gli uomini, le donne e i bambini, non cambia, l’emergenza di questo essere liberato non può essere confermata, facendo risorgere la contraddizione, e dunque il possibile della riaffermazione dell’ontosi. La liberazione-emergenza può attuarsi soltanto con la fine della millenaria erranza della specie, la fine della speciosi, l’eliminazione dell’odierna società comunità.

 

144 L’essere liberato è, infatti, l’essere originario, col suo piano di vita, e dunque la sua dimensione Gemeinwesen, le quali furono mascherate dall’immensa sofferenza determinata dalla rottura della continuità. La dinamica di liberazione-emergenza, di conseguenza, non può essere ridotta a un rivissuto dei traumi, a un profondo sentire le emozioni ai diversi livelli dell’individuo. La dinamica di liberazione-emergenza può essere completa e reale soltanto se ci si separa dal momento iniziale fondatore della sofferenza, creatore dell’impronta dell’attaccamento e del blocco, e soltanto se si ritrova la continuità, in noi stessi, con l’essere originario, così come coi nostri simili, con tutto il processo di vita, e dunque con il cosmo.

La messa in continuità fonda l’emergenza.

 

 

***

 

Queste tesi intendono esprimere ciò che vi è di saliente, di apparente, nel comportamento dell’uomo, della donna, ontosici. Non sono esaustive ma formano il punto di partenza per un’investigazione su questo comportamento che si sviluppa in intima connessione con l’avvio di una dinamica di liberazione-emergenza. Queste tesi sono ugualmente necessarie per esporre la dinamica di vita sgravata dall’ontosi-speciosi, e dunque per mettere in evidenza cosa può essere l’individualità-Geminwesen. La presente esposizione non può dispiegarsi che abbandonando questo mondo. Ciò a cui mira, fondamentalmente, è il processo della vita reale, e dunque il divenire ulteriore della specie come totalità-Gemeinwesen, e quello dell’individualità-Gemeinwesen.

 



Febbraio 2002




[1] Lo sviluppo dell’ontosi nelle altre aree geo-sociali sarà oggetto di studi particolari. In Emergenza di Homo Gemeinwesen, nel capitolo che affronta, ricapitolandoli, i differenti traumi che hanno colpito la specie, noi integreremo questi diversi studi.

La dissoluzione, tanto della società-comunità che dell’individuo, si accompagna ad un grande sviluppo della violenza, il quale, inconsciamente, tende a ristabilire la continuità di un processo.

[2] Dal punto di vista dell’ontogenesi, l’individualità attraversa una fase d’uterogestazione, poi una fase di aptogestazione. Dal punto di vista della speciogenesi, la specie ha seguito una fase di naturoevoluzione, comune a tutti gli esseri viventi, e caratterizzata dallo sviluppo di organi il cui insieme rende specifico l’organismo. L’ambiente gioca certamente un ruolo importante, ma il risultato concerne sempre la specie nella sua dimensione organica e psichica. Per contro, con il phylum Homo, avviene un’altra evoluzione caratterizzata dalla produzione di organi che si possono definire esterni al corpus organo-psichico. Questi organi sono gli strumenti, nel senso ampio del termine, che consentono alla specie di mettersi potentemente in continuità col suo ambiente. Si può certo parlare di un migliore intervento della specie, ma mi sembrerebbe meglio dire di una partecipazione più efficace alla natura e potenzialmente al cosmo.

[3] È certo che il buddismo non può ridursi semplicemente a ciò.

 

[4] Han-Fei-tse o il Tao del Principe, presentato e tradotto dal cinese da Jean Levi, Ed. Point-Seuil, 1999.

[5] In Emergenza di Homo Gemeinwesen, affronterò il caso delle altre aree.

[6] È un tema affrontato nella parte già pubblicata di Emergenza di Homo Gemeinwesen, e sarà ampiamente sviluppato nel seguito che si spera di dare a questo testo.

[7] La scienza, ovvero la scienza sperimentale, in particolare dalla comparsa delle scienza umane, ha subìto parimenti uno stornamento e un rovesciamento. Da un insieme teorico-pratico vòlto alla conoscenza per padroneggiare la relazione alla natura, al cosmo, si è passati a un insieme teorico-pratico che produce una conoscenza tendente a dominare uomini e donne.

[8] Da qui deriva, in filosofia, l’abbandono di una teoria essenzialistica per affermare la preminenza dell’esistenza, divenuta l’essenza una sua conseguenza. Tale passaggio è anche in relazione alla preponderanza assunta dal concetto di produzione (e dunque produzione di se stessi), in rapporto al movimento del valore, poi del capitale. Così J.-P. Sartre afferma che l’esistenza precede l’essenza e che l’individuo si pone a partire dal nulla.

[9] Questo fonda la tesi che l’uomo è, soltanto quando si stacca dalla natura. La tecnica è necessaria per realizzare questo distacco.

[10] La moltiplicazione delle dighe nella società-comunità attuale è un’epifania di questo fenomeno invisibile.

[11] Il concetto di artializzazione messo a punto da Alain Roger esprime bene quest’artificializzazione. Relativamente ad esso, Philippe Dagen scrive. “Al posto di supporre che vi siano due tipi di bellezza, quella naturale e quella libera, suggerirei che non esiste il sentimento della bellezza nei confronti d’un fenomeno naturale, quale che sia, se non in ragione di un’esperienza artistica precedente, anche vaga, anche incosciente. Il neologismo artiaizzazione designa quest’operazione”,  Archeologia dello sguardo ordinario, in,  «Le Monde», 18 maggio 2001.

Il rifiuto dell’arte, da parte dei dadaisti, può intendersi come un rifiuto dell’artializzazione. Un uguale fenomeno è stato attualizzato, ma con grande ambiguità, dai surrealisti. A. Breton sosteneva, infatti: «l’occhio esiste allo stato selvaggio» (A. Breton, Il surrealismo e la pittura, Fi, Marchi, 1966). Un’ambiguità c’era anche nella rivendicazione del primitivismo, a partire dall’inizio del xx° secolo.

[12] Per contro, non sembra che lo sia musica, benché da alcuni secoli essa implichi un linguaggio formato da discreta e una tecnica.

[13]  A titolo di esempio indichiamo che la rappresentazione freudiana, come quella di Descartes, parte dal bambino, dall’io, quella di Melanine Klein o di Karl Marx parte dall’oggetto (la madre) e, infine, le rappresentazioni induiste testimoniano per il terzo caso.

[14] Ciò che si suole definire fondamentalismo, e che attualmente si verifica all’interno di diverse religioni, ne è un chiaro esempio, il quale mostra l’importanza della speciosi. A causa di tale fenomeno, Andrè Malraux ha sostenuto che il xxi° secolo sarebbe stato religioso.

[15] Essere pazzo è essere insensato: non avere il senso.

[16] Tesi aggiunta nel marzo 2007.

[17] Uso questo termine, valevole soltanto in prima approssimazione, per designare l’appartenenza ad un insieme di tradizioni, di modi di vita e di essere, di credenze etc. che sono ancora presenti in un’area geografica data (essendo questa determinata da eventi storici). Si potrebbe anche usare particolarismo. Il particolarismo concerne la cultura e non un dato biologico. Così, ad esempio, in Francia si può parlare di una dimensione etnica bretone, piccarda, auvergnese, corsa, provenzale. Il fenomeno di omogeneizzazione tende a eliminare queste diverse dimensioni.

[18] Non affronteremo il loro studio perché si tratta, in misura prevalente, della speciosi e di come questa si esprima, ad esempio,  nel movimento del valore e del capitale.

[19] L’evasione è una forma di copertura che qui non studierò. Essa presenta molteplici sfaccettature e testimonia dell’inaccessibilità del reale.

[20] Ho già ricordato che diversi teorici hanno affermato che la vita è sofferenza, altri che il reale è inaccessibile, ad esempio, J. Lacan. E non è il solo: quest’affermazione è condivisa da diversi fisici. Ci si può domandare se non è a una tale conclusione che conduce tutto lo sviluppo della scienza. Si può allora constatare che la prima affermazione induce, per così dire, la seconda, come appare in A. Schopenhauer o Buddha,  al seguito, d’altra parte, di tutta una serie di pensatori induisti, e ciò attraverso diverse varianti.

[21] In virtù della sua etimologia, trauma include l’idea di passare al di là.

[22] Il discorso pubblicitario mostra chiaramente l’ontosi nel suo stadio attuale. Slogan come: «vietato invecchiare», «datevi il tempo di andare veloci…», segnalano l’inafferrabilità del reale e la presenza in ogni uomo, ogni donna, dello stato ipnoide. La pubblicità è una manifestazione del mondo mercatale che gli esseri ontosici hanno prodotto per essere adeguati al loro ambiente circostante. Il mondo virtuale tende a sostituirlo.

[23] Cfr. tesi 84 e 85.

[24] Ciò si è imposto in varie epoche entro diverse aree geo-sociali. Particolarmente spettacolare è stato all’epoca dei Regni combattenti in Cina (cfr. tesi 4 e nota 4): cfr. Il libro del Signore di Shang, a cura di J.J.L. Duyvendak, Mi, Adelphi, 1989, e Stratégies du pouvoir, iv-iii siecle avant J.C. Dangers du discours (Strategie del potere, iv-iii secolo a.C. Pericoli del discorso), tradotto dal cinese e presentato da Jean Lévi, ed Alinéa, Aix-en-Provence, 1985.

[25] Relativamente a questo punto fisso (cfr. anche la tesi 18), le considerazioni di H. Arendt sul punto di Archimede, in Vita activa. La condizione umana, ed. Bompiani, Mi, 1991, nel capitolo finale «La ‘Vita activa’  e l’epoca moderna», sono particolarmente interessanti e mettono in evidenza come la pratica scientifica sia una modalità di posizionamento finalizzata a trovare una continuità. Nello stesso tempo, queste considerazioni testimoniano dell’attività tecnica, manipolativa, della specie la quale tende a eludere ciò che la tormenta:  «[…] noi manipoliamo sempre la natura a partire da un punto dell’universo che si trova fuori dalla terra», p. 194 (citato in italiano, ndt). Manipolare per rassicurarsi, raggiungere una continuità. La necessità di operare a partire da un  punto «fuori dalla terra» è giustificata dal teorema di K. Godel.

La traduzione del libro di H. Arendt è apparsa in Francia col titolo La condition de l’homme moderne, Calmann-Lèvy, Paris, 1961.

[26] Cfr., a questo riguardo, C. Lévi-Strauss e Tobie Nathan. La moda dell’ecologia si comprende per il fatto che include la nozione di topos: il biotopo.

[27] Trauma deriva da una parola greca che significa perforazione.

[28] La proiezione è, fondamentalmente, un fenomeno naturale. I diversi organi si proiettano nei centri nervosi encefalici, particolarmente nel cervello, il quale, a sua volta, si proietta nei centri sottocorticali, consentendo l’autoregolazione, gli aggiustamenti necessari. Il cervello, o telencefalo, è talvolta confuso con l’encefalo, o non distinto dal diencefalo che comporta centri essenziali come il talamo o l’ipotalamo e l’ipofisi che lo prolunga. La terminologia è spesso impregnata di confusione. Parlare di un cervello rettile in Homo sapiens non ha senso perché il telencefalo non si è sviluppato nei rettili. D’altra parte, l’importanza del cervelletto è completamente trascurata. Ora, Homo sapiens si distingue non soltanto per lo sviluppo prodigioso del cervello ma anche per quello del cervelletto che si può concepire, analogicamente, come un centro di tutti i fenomeni incoscienti, substrato dei fenomemi coscienti (c’è continuità), regolato al livello del cervello. Il non riconoscimento dell’essenzialità del cervelletto si può collegare alla svalutazione dell’incosciente, alla paura di questo incosciente.

[29] I «miti» di Dongiovanni o di Casanova lo esprimono perfettamente.

 

[30] Esempio: «Vorrei vedervi impalata e farvi soffrire, ma mi auguro che vi faranno di peggio che torturarvi giacché mi è odioso sentirvi dire che tutti possono essere felici». Lettera anonima del 1 luglio 1890 a Louise Michel, citata da Françoise Thébaud, Louise Michel en toute lettres (Louise Mchel in tutte le lettere), in «Le Monde», 7 gennaio 2000. Il contenuto della riemersione dell’anonimo scrittore è: ciò che io ho vissuto, fu molto peggio della tortura.

[31] Rianalizzo con intenzione questo esempio di riemersione. Si può paragonarlo all’esempio della nota precedente. La possibilità del benessere per tutti, affermata da L. Michel, e il suo intenso desiderio anche dell’anonimo scrittore è ciò che gli provoca la riemersione. Siccome, però, costui non può riconoscere né il suo desiderio, che resta sempre irrealizzato, né l’immensa sofferenza di cui ha sempre cercato una causa, allora L. Michel diventa il supporto del suo, o sua, o di entrambi i torturatori, i quali hanno sempre negato attivamente il suo desiderio agendo nella sua infanzia. L’odio rimosso è perciò trasferito su L. Michel. 

[32] «Più che di libertà, infatti, è senza dubbio di semplicità nei rituali delle relazioni amorose che occorre parlare. La sessualità accede progressivamente allo statuto di una pratica naturale che non ha più bisogno, ormai, di essere esorcizzata per viverla. Da questo punto di vista, si potrebbe analizzare la fioritura della pornografia – in particolare al cinema e, oggigiorno, già in televisione – non come un fattore di liberazione dei comportamenti sessuali, ma, al contrario, come un’impresa di controllo sociale: da qui deriva, forse, la tolleranza di cui essa gode nei regimi conservatori»l. André-Clément Decouflé, Les mœurs demain, in Histoire des mœurs, Ed. Gallimard, Encyclopédie de la Pléiade, Paris, 1991, t. iii, p. 170.

[33] La sottovivenza si può definire come l’insieme dei fenomeni vitali in cui si compie la nostra affermazione immediata, determinata dall’ontosi, e di cui, spesso, ci vergogniamo, la sopravvivenza, invece, come l’insieme delle procedure vitali che dovrebbero consentirci di sfuggirvi. Il cammino di liberazione-emergenza non comporta la ricerca di una via di mezzo, ma l’abbandono della dinamica del sottovivere e del sopravvivere.

[34] Le recenti condotte, che intendono facilitare i rapporti sociali, come il politicamente corretto e il sessualmente corretto, esprimono, in effetti, una repressione «dolce».

[35] Così come si è avuta un’antropomorfosi della proprietà fondiaria, poi del capitale, alla fine del feudalesimo, al momento della genesi del modo di produzione capitalistico, si è avuta un’antropomorfosi del lavoro grazie all’impulso dell’artigianato. L’evanescenza del lavoro, nella società-comunità attuale, si dimostra angosciante, non soltanto a causa delle conseguenze economiche nefaste per l’individuo, ma perché comporta la perdita della possibilità di ricoprire.

[36] Le guerre, e soprattutto le rivoluzioni, appaiono come dei fenomeni di eliminazione delle coperture non più operative, le quali ingombrano, inibiscono, ormai, un divenire.

[37]  Com’è patente nella terapia junghiana: il paziente è invitato a rivolgersi ai miti, agli archetipi che gli permettono di coprire ciò che lo fa soffrire, rassicurandolo un tanto e integrandolo in questo mondo. Questo dà un senso alla vita! Uno studio dell’opera e della vita di C.G. Jung lo mostrerebbe a sufficienza. Ricordo che, per me, C.G. Jung è l’uomo della copertura.

[38] G.W.F. Hegel descriveva all’incirca questo, quando esponeva il lavoro dello Spirito.

[39] Durante il sonno, e nelle fasi oniriche, tende a compiersi una messa in continuità dei differenti livelli di espressione dell’individuo: livello organico, emotivo, affettivo (sentimenti), intellettivo. L’incoerenza dei sogni «traduce» l’incoerenza, difficilmente eliminabile, dell’individuo ontosico. Il passaggio da un livello all’altro può essere concepito in base a un fenomeno di trasduzione.

* Rejouer (ripetere coattivamente) si potrebbe tradurre, letteralmente, con  “rigiocare”, da qui la possibilità del rapporto significativo che lega la ripetizione e il gioco.

** Dejouer, Eludere, dal latino ex-ludere ovvero “finire di giocare”, poi “prendersi gioco, schivare un colpo nel gioco”, sfuggire, evitare scaltramente. Il Nuovo Zingarelli. Vocabolario della Lingua Italiana, Bo, Zanichelli, 1986.

[40] Ciò si ritrova nella filosofia hegeliana.

[41] Nei numeri 2 e 3 d’«Invariance», serie v, l’ho illustrato per il caso di Sigmund Freud e nel numero 4, per Alfred Adler. Uno studio dell’opera e della vita di Melanie Klein è in progetto, al fine d’illustrare i fenomeni a partire dal polo femminile. 

[42] Il bambino re (intronizzato dal consumo) è una ripetizione coatta del bambino deificato (bambino dio), del bambino ricettacolo in cui la madre ripone tutte le proprie speranze.

[43] Da qualche anno la situazione si sta evolvendo: si assiste a un movimento di uomini che intendono accedere a una paternità più completa. Ancora troppo spesso, però, questo avviene tramite la mediazione della lotta contro le donne, mentre si tratta di divenire consapevoli di una dinamica aberrante, concernente entrambi i sessi, che bisogna abbandonare. 

In diverse aree geo-sociali e in varie epoche, l’uomo diventa un padre effettivo soltanto a partire da un’età talvolta assai avanzata del figlio, e spesso dopo che il figlio ha subìto un’iniziazione che è stata, ed è, sempre traumatizzante.

[44] Quest’affermazione non intende affatto porre una teoria dualistica, o trinitaria, perché il bambino realizza l’effettività dell’unione dell’uomo e della donna. Essa mira a respingere ogni teorizzazione individualistica. Non si può comprendere la realtà a partire da un elemento determinato come basilare, a partire dal quale si potrebbe poi ricostruire il tutto. La realtà può essere compresa solamente in funzione della totalità, della molteplicità e dell’unità percepite contemporaneamente.

[45] Nella fase attuale, finale, dello sviluppo dell’ontosi-speciosi, l’aborto ossessiona gli uomini e le donne, siano essi favorevoli  o contrari. Tutti dicono qualcosa della sofferenza che provano per essere stati abortiti.

[46] Il suicidio, come ultimo rifiuto, si è ugualmente imposto, come nel caso di quello statunitense che, nel 1965, si diede fuoco per protestare contro la guerra in Vietnam. Egli riprendeva una pratica-tecnica utilizzata a quell’epoca dai bonzi.

L’eutanasia e la pratica di accompagnare i morenti sono espressione di una tecnica che permetterebbe all’uomo, alla donna, di morire bene, d’imparare a morire, di effettuare bene un’ultima copertura.

[47] Homo sapiens deve evitare l’eccesso e la depressione, il capitale l’inflazione e la deflazione, finché non si è pienamente autonomizzato.

[48] Per ciò che riguarda la natura, al posto di una riconciliazione preferirei dire: rimettersi in continuità con essa.