Insorgere e divenire dell’ontosi

 

 

 

Tesi preliminari

 

 

 

 

1 L’insorgere dell’ontosi[1]e il suo sviluppo successivo sono in stretta relazione con la speciosi. La nostra indagine verte essenzialmente sull’ontosi, benché l’esistenza della speciosi non sia mai persa di vista. D’altra parte, nella natura, la speciosi ha un notevole impatto anche sulle altre specie. La reazione di queste ultime ci colpisce tanto a livello di specie che di individui e ha perciò un’incidenza sull’ontosi, incidenza che, tuttavia, non considereremo nelle tesi seguenti.

 

2 Il divenire fuori natura della specie – divenire di separazione – fonda la totalità, la molteplicità, l’unità. L’unità è l’individualità[2] che a sua volta è ridotta all’individuo, egli stesso frammentato in essere, avere, fare e divenire che include l’idea di provenienza, quindi l’idea dell’origine, dell’essenza e dello scopo, il telos. Essenza e telos possono ampiamente autonomizzarsi.

Qualora si parla dell’essere, si parla del risultato di un processo di frammentazione-riduzione. La riduzione implica, innanzitutto, una spoliazione da tutte le modalità di partecipazione alla totalità, spoliazione a partire dalla quale un’autonomizzazione diviene possibile.

 

3 Separato dalle altre componenti (determinazioni), inizialmente incluse nella totalità non frammentata: essenza, sostanza, avere, fare, divenire, l’essere appare, in conseguenza del suo carattere discreto, addirittura di quantum, come un operatore che può entrare in diverse dinamiche: ciò costituisce il germe di una combinatoria, attualmente pienamente realizzatasi, tra queste determinazioni autonomizzate.

 

4 La tendenza inconscia – benché talvolta, e in maniera parziale, si agisca a livello cosciente –  a ritrovare la partecipazione, a reintegrarsi in una comunità, a essere in continuità, determina tutti i fenomeni che saranno esaminati qui di seguito.

 

5 L’immediatezza dell’individualità-Gemeinwesen non può esplicarsi che tramite l’esposizione della totalità di cui è l’espressione, non può percepirsi se non attraverso il processo che l’ha generata: concepimento, gestazione, parto, se non a partire dalla sua emergenza nell’eternità.

 

6 L’eternità, altra espressione della totalità, non implica una costante ripetizione dello stesso. L’eternità include il divenire. Ogni individualità-Gemeinwesen è, nella sua immediatezza, affermazione dell’eternità.

 

7 Fin dall’inizio noi viviamo entro un’ampia mistificazione. Uomini e donne amano i propri figli, e tuttavia, nel corso di un processo totalmente incosciente, sono indotti, senza volerlo, a reprimerli e a infliggere loro ferite profonde. Ecco perché non c’è da lottare contro chicchessia, o contro il capitale, ma si pone la necessità di percepire, in atto, il meccanismo implacabile della repressione, il più delle volte invisibile, il quale genera in noi l’ontosi che s’installa in maniera insidiosa.

 

8 I genitori amano i figli ma, per esistere, esercitano su di essi il potere, che è una modalità di affermarsi all’interno del fenomeno della domesticazione. Di conseguenza, questo potere si sviluppa in quanto repressione della naturalezza dei figli.

Non si tratta di esercitare un potere su ma, in quanto potenza di esistere, di agire tale potere nella relazione d’amore. Detto altrimenti, amore e potere devono essere riuniti affinché ci sia la continuità, l’immediatezza.

 

 

 

 

Insorgere dell’ontosi

 

 

 

 

1 La separazione dalla natura fonda l’isolamento dell’individualità-Gemeinwesen che, progressivamente, è ridotta alla dimensione dell’individuo. L’ontosi si presenta sia come il risultato di questo divenire sia come il processo attraverso cui ciò avviene.

 

2 L’ontosi è un fenomeno di adattamento al modo di vita impostosi con la separazione dalla natura, la quale induce, inevitabilmente, la repressione parentale[3]. Contemporaneamente, l’ontosi è il risultato di questo adattamento che fonda l’essere ontosico[4]. È costituita da un insieme di processi inconsapevoli che fondano il comportamento incosciente dell’uomo, della donna.

Ogni ontologia è un’interpretazione dell’ontosi, un discorso su di essa.

 

3 La repressione parentale presenta due aspetti: il primo, per così dire, passivo, comporta la non accettazione del bambino nella sua originalità, nella sua unicità. Mettendolo semplicemente in atto,  tale aspetto tende a reprimere la manifestazione spontanea del bambino che infastidisce, tende a negare la sua certezza sensibile.

Il divenire fuori natura implica il rifiuto della naturalezza del bambino. Il divenire alla e nella civiltà, alla e nella cultura, è un divenire di opposizione al bambino, di negazione della sua originalità, della sua unicità.

Il fine di un tale divenire è pervenire a non nascere più, per non far più parte della natura, di ciò che, appunto, nasce. A questo stadio conclusivo non sarà più soltanto il bambino a essere negato ma ciò che si trova alla sua origine: il concepimento. La clonazione ci consentirebbe di omettere il processo della procreazione, e la virtualità formerebbe, allora, sia il mezzo ambiente che il principio attivo di vita.

L’assenza di concepimento fonderebbe l’impossibilità di concepire qualsiasi cosa. Uomini e donne non potrebbero più essere concepiti se non mediante, e nella virtualità, divenendo automi virtuali.  

 

4 Il secondo aspetto, attivo, della repressione, si esprime in un attacco più o meno subitaneo e brutale a danno dell’integrità del bambino. Questa manifestazione, tuttavia, è poco significativa per la maggior parte dei genitori; è effettiva in chi pratica le cosiddette sevizie, di ordine non esclusivamente sessuale: in questo caso si verifica una reale aggressione. La ripetizione coatta* dei genitori ha qui un maggiore rilievo della riemersione** provocata dal bambino. Nella repressione accade l’inverso.

I due aspetti, comunque, sono connessi giacché il secondo è solamente un’esaltazione del primo (la repressione parentale contiene una dimensione d’aggressività): la manifestazione del bambino piccolo provoca, innanzitutto nella madre, – gestazione e parto le fanno rivivere, inconsciamente, le sue stesse fasi di sviluppo –, e in seguito nel padre, la riemersione[5] fondamentale di un qualcosa che è diventato estraneo: il processo di vita, dal quale si sono dovuti separare e che ha generato un’immensa sofferenza. A ciascun genitore, così, è nuovamente reimposta l’instabilità originaria nella quale fu posto e che rimuove.

Se il primo aspetto è assolutamente generale, il secondo può essere più o meno omesso. Omettere[6] significa non tener conto della fase di un dato processo, o anche del suo insieme, per poter salvare la coerenza della rappresentazione esposta. Si omette per potersi giustificare.

Soprassedere significa omettere; significa integrare in noi un non sviluppo, un’atrofia; significa inserirsi nella dinamica della copertura[7].

 

5 Ciò che non rende bene accetto il bambino, e al cui cospetto esso si trova, è la paura del neonato in generale, così come del neonato che è in noi. Il neonato provoca, nell’adulto, la riemersione più potente, quella della rimozione primordiale, del momento della sua stessa non accettazione, accompagnata dall’instabilità e dall’insicurezza ad essa correlate. Di conseguenza, l’adulto respinge, rimuove, quello che del neonato gli provoca la riemersione: rifiuta dunque la sua naturalezza[8].  Nel caso del genitore, costui rifiuta parimenti ciò che non si accorda con le sue aspettative, le sue proiezioni.

 

6 L’adulto si sente minacciato dal bambino perché si sente rimesso in causa. Percepisce l’artificialità (tesi 171, 172) dell’immensa costruzione[9] che è la sua ontosi, la quale gli ha consentito di sottovivere e sopravvivere. La madre si sente minacciata, perciò diventa una minaccia per il bambino, reso responsabile dell’aggressività che avverte nascere in sé e che tende a esprimere giacché, a sua volta, si era già espressa su di lei. La madre colpevolizza il bambino del proprio malessere, della disperazione di cui si sente invasa, mentre il bambino si sente colpevole di esistere e di essere inadeguato.

 

7 La reazione del genitore, all’arrivo del figlio, racchiude sia la dimensione del rifiuto, del rigetto, fondativi della repressione, sia la dimensione dell’accoglienza, ma del bambino in quanto supporto di diversi desideri; ciò non impedisce che, nell’adulto, si possa ancora far sentire quella naturalezza che lo pone, senza che se ne avveda, in continuità col bambino.

Il bambino, dal canto suo, è al cospetto della confusione dell’adulto (un miscuglio, nel presente caso, di accettazione cosciente e di rifiuto incosciente, o viceversa[10]) per via dell’ontosi, la quale in tal modo, gli è trasmessa.

 

8 La repressione, come risposta a un moto di ribellione, si verifica soltanto più tardi, giacché il bambino, almeno inizialmente, è nella totale accettazione, nell’amore infinito. In seguito, il bambino potrà arrivare a ribellarsi perché questo sarà l’unico modo per far intendere la propria originalità.

La repressione parentale si manifesta sia in maniera puramente passiva, con la dinamica della permissività, sia in maniera attiva, con la dinamica dell’autoritarismo e dell’interventismo brutale.

 

9 Non si nasce aggressivi, assassini, perversi polimorfi etc. Questa rappresentazione deriva dalla giustificazione incosciente, avanzata dagli adulti, del proprio comportamento, giustificazione che i bambini ratificano per non dover rimettere in causa i genitori, per giustificare il proprio amore incondizionato.

La giustificazione è un adeguarsi all’ontosi. Per il bambino è la prima forma d’iniziazione, la quale include l’inizializzazione di una programmazione e l’installazione d’impronte[11] e di schemi comportamentali i quali si completano, s’intrecciano, s’incastrano con quelli degli adulti.

L’impronta è una traccia mnesica, potenzialmente indelebile, che, riattivata da un evento del qui e ora, innesca il comportamento, con le sue circostanze, in cui prese forma. Lo schema comportamentale è un tipo di condotta suscitata da un’impronta.

 

10 Giustificare significa rendere sopportabile ciò che non lo è. Significa accomodarsi, aggiustarsi al desiderio dei genitori e accettarne la dinamica di riduzione-indifferenziazione giacché, in questo caso, “essere giusto” significa non essere altro che quella.

Il rifiuto della giustificazione è un rifiuto dell’ontosi compiuto sul suo stesso piano: induce a porre l’aseità dell’essere, vale a dire il fatto di essere da se stessi e di detenere la propria ragione sufficiente[12]. 

 

11 La giustificazione si realizza mediante uno spostamento del senso di colpa dai genitori al bambino che è spinto, così, ad accettare il transfert in quanto trasferimento di una serie di difetti che sono altrettanti costituenti dell’ontosi. Con questo spostamento, con questo transfert, l’ontosi gli è trasmessa.

 

12 Lo spostamento, la trasmissione, da parte dell’individuo, di ciò che lo ingombra, lo asfissia –forma di riversamento in un altro, che è innanzitutto il bambino – opera come se[13] si potesse, con ciò, tornare piccoli, rifarsi una verginità. Questo è il fondamento della dinamica del capro espiatorio[14].

 

13 La nascita di un bambino opera nella madre come una sorta di purificazione ma, invece di liberarla, costituisce il punto di partenza di una rigenerazione dell’ontosi e della sua diffusione per trasmissione.

 

14 All’origine dell’ontosi vi sono due fenomeni. Innanzitutto la violenza[15], che si esprime attraverso una repressione con la sua componente aggressiva: la non accettazione e il rifiuto del nuovo essere, nella sua realtà naturale, in quanto forma di emergenza del fenomeno vita. Si spezza, così, la continuità, il processo di vita, sia dal punto di vista complessivo che dal punto di vista di chi subisce il rifiuto, tanto puramente passivo, che attivo, nel caso si tratti di un bambino non desiderato, e ancora indesiderabile al momento del parto. La violenza subita fonda la distruttività della specie, la sua aggressività. Ogni uomo, ogni donna, tende a ripetere coattivamente l’atto di violenza. In seguito, si manifesta la confusione ed è rimessa in causa la certezza, che è aderenza al processo di vita, all’eternità, e che si esprime nell’evidenza. Per uscire da questa confusione iniziale, con le domande correlate, la specie ha dispiegato un immenso processo di conoscenza.

 

15 La rottura della continuità appare come una non conferma del piano di vita dell’essere che avviene, un momento d’irrazionalità con inizializzazione di un’impronta e di una compulsione di ripetizione, di una dinamica del ripetere coattivamente. Nel corso della propria vita, l’uomo e la donna cercano, inconsciamente, di essere confermati, cosa che si traduce nella volontà di essere riconosciuti. Mettersi in continuità col processo di vita, nel corso di una dinamica di liberazione-emergenza, consente di sfuggire a questa compulsione che, spesso, diviene ossessiva[16].

 

16 A livello della specie, come dell’individuo si è effettuata, e si effettua, la reazione a un trauma, e non un’azione in funzione di diversi elementi tra i quali anche il trauma. L’essere ontosico reagisce costantemente, ma non è nella dinamica dell’agire[17]. Tuttavia, il desiderio di effettuare realmente un’azione, di sviluppare una praxis, si è manifestato molte volte, segnalando il desiderio-volontà di sfuggire all’ontosi[18].

 

17 Violenza e confusione sono due impronte agenti a livello della specie come dell’individuo. L’impronta si presenta come un discretum di programmazione che ha operato al momento della rottura: si verificò, allora, una sorta d’ipnosi da cui sono derivati lo stato ipnoide e lo stato isteroide.

 

18 L’essere ontosico si sviluppa a partire da una discontinuità[19]: è soltanto a partire da questa discontinuità che esso può percepire la continuità.

 

19 Poiché si nasce naturali, e ci si deve adattare a un mondo non naturale, si diviene ontosici. Da qui la tentazione di sopprimere la natura in noi, e di strapparci da essa per distruggere l’ontosi, per  liberarci. Questa è una delle radici del divenire dell’autonomizzazione e della mistificazione.

Fondamentalmente, il processo di autonomizzazione consiste nell’eliminazione delle determinazioni per fare in modo che ciò che si autonomizza appaia, a un certo punto, determinato unicamente da se stesso. Il momento ultimo di questo processo è l’aseità di dio o quella del capitale.

Questa autonomizzazione consente di presentare un dato processo in un’altra forma, di sostituire una realtà a un’altra. L’autonomizzazione opera nella fase iniziale di una mistificazione.

Per ciò che riguarda l’ontosi, la mistificazione può essere così spiegata: dietro la copertura di determinazioni sedicenti innate, si nascondono i rapporti dei genitori col bambino. Questi rapporti sono stati mistificati, cioè sono stati  secretati, e fondati in quanto mistero[20].

La mistificazione implica un’inversione: l’inconscio è presentato come determinante la vita degli uomini e delle donne, mentre è il prodotto delle loro relazioni. Il prodotto autonomizzato diviene il soggetto dei fenomeni[21].

La mistificazione implica un’omissione (tesi 4).

 

20 Tutto il fenomeno dell’ontosi s’innesta[22] su un fenomeno naturale. Il passaggio dal secondo al primo si verifica mediante uno stornamento[23].

Le differenti funzioni del processo di vita sono stornate dalla loro finalità intrinseca.

Stornare è fare in modo che un dato processo abbia una finalità, un fine, altri da quelli che gli sono inerenti.

Per procedere, ci si orienta verso uno scopo[24]. Lo stornamento ci mette fuori dal nostro cammino, dalla modalità con la quale, in base al nostro piano di vita, ci condurremmo tra gli uomini, le donne, gli esseri viventi, nel cosmo. Il labirinto ­– rappresentazione attiva, concreta, dell’ontosi – è il luogo in cui si è costantemente deviati, stornati.

Affinché vi sia stornamento occorre che si attui l’aborto di un processo e ciò mediante l’abolizione della sua finalità. In questo senso tutti gli uomini e tutte le donne sono esseri abortiti[25]. L’importanza che, da una trentina d’anni, ha assunto la questione dell’aborto ce ne mostra la sua presenza in ciascuno.

Essere stornato significa essere fuorviato: ovvero non essere più in grado di posizionarsi. La ricerca della via esprime sia l’ontosi che il desiderio di sfuggirvi.

Essere stornato induce una sofferenza che ci porta a rimuovere.

L’azione di stornarsi da qualcosa può rientrare nella dinamica dell’auto-repressione, dell’interiorizzazione della repressione subita[26].

Lo stornamento ha permesso l’erranza della specie[27].

 

21 Non essere più in grado di posizionarsi provoca la perdita della presenza e l’impossibilità di dire il proprio desiderio: è la piena espressione della perdita della certezza.

 

22 Il fenomeno ontosico è trapiantato-innestato sul fenomeno naturale. L’essere originario, indi l’essere che si adatta alla società vigente, è infestato-innestato da qualcosa di estraneo che tende inesorabilmente a imporglisi, fondando l’ossessione in due sensi complementari: essere occupato, invaso, e subire un innesto[28].

L’ossessione, così, è aver paura di una presenza inopportuna, è avvertire di essere sviato, deviato da una sorta d’innesto che ha operato, infatti, al momento dello stornamento.

 

23 L’ossessione agisce inconsciamente, in particolare quando il soggetto manifesta paure trasmessegli dai genitori, oppure quando si trova a eseguire delle azioni, indotte dalle azioni incompiute dei suoi avi, che lo condizionano a ripetizioni coatte di cui non riesce a trovare la radice in un evento qui ed ora che lo riguardi attualmente.

L’ossessione è una modalità di trasmissione dell’ontosi.

 

24 Il concetto di ossessione è stato sviluppato, con altre determinazioni, da Didier Dumas, Nicolas Abraham e Maria Torok. D’altra parte, diversi psicoanalisti e altri teorici affrontano lo studio genealogico dei pazienti, e parlano di un inconscio trans-generazionale, in qualche misura l’inconscio di un lignaggio[29]. Ora, l’incompiutezza dei diversi processi si trasmette all’ultimo membro del lignaggio, il quale, ricevendoli, tenta infine, inconsciamente, di completare. In questo caso costui nemmeno reagisce: è totalmente agito dal meccanismo dell’ontosi tendente ad autonomizzarsi.

L’autonomizzazione si traduce nel fatto che l’individuo non può più posizionarsi e perciò non è più in grado di dare un contenuto alla rappresentazione che l’io denota, designa[30].

 

25 In qualche misura noi siamo agiti dai nostri lontani antenati. Cerchiamo di realizzare i loro desideri con la virtualizzazione. Il loro essere virtuale, proiettato da migliaia di anni, trattenuto e rafforzato da ripetizioni coatte successive, ci fa muovere. Il morto afferra il vivo[31].

 

26 Tutto è dato in partenza, al momento in cui si verifica l’implementazione delle impronte.

La difficoltà di descrivere ciò che si è prodotto fonda la necessità del simbolismo, dei tropi etc.

 

27 Il momento iniziale, il momento del trauma fondatore della discontinuità,  è determinante e, in modi diversi, colpisce profondamente l’essere che avviene, l’essere originario, naturale. Primariamente si avverte l’evanescenza del tutto. Non c’è più niente, se non una sensazione di depressione: stupore e sensazione di vuoto, con l’impressione della prossimità di una voragine; un sentire ciò che, in seguito, sarà chiamato la morte: sensazione di vertigine[32]. Ogni nascita è considerata come una morte.

In questo frangente si perde la possibilità di posizionarsi, vale a dire la capacità di situarsi in qualità di fenomeno emergente del processo di vita, e la capacità di affermare il proprio desiderio che è una forma di espressione della continuità. Ogni posizionamento è un’affermazione, e viceversa. Questa perdita condizionerà la ricerca del momento fondatore e dell’essere determinante, e condurrà a vivere una seconda nascita generatrice della certezza di essere e di essere al mondo. Resuscitare è abolire la propria nascita.

 

28 Posizionarsi non significa fissarsi ad un luogo dato ma trovarsi nella totalità in divenire, essendo se stessi in divenire, ed essendo presenti a tutti i divenire particolari. La partecipazione alla totalità, altra espressione della pregnanza della continuità, permette a ogni uomo, ogni donna, di conservare il proprio posizionamento in rapporto a tutti gli altri movimenti[33].

 

29 Posizionarsi è dare significato alla propria presenza: è significare. Il posizionamento, qualora sia realizzato, è una fonte di significati che permettono anche all’altro di posizionarsi. Allora la continuità s’impone. Non c’è un processo di riconoscimento analogo a quello descritto da Karl Marx relativamente al movimento delle merci nel corso del fenomeno del valore. Il desiderio di essere riconosciuto, che spesso è inconsapevole, deriva dalla perdita del vissuto della continuità.

 

30 La perdita della possibilità di posizionarsi si accompagna alla perdita del senso, della direzione del cammino, del suo significato: nulla più scorre, si è ingombrati. La sofferenza invade il soggetto: soffrire è, quindi, perdere il senso, una constatazione che suscita la tematica del trovare un senso alla sofferenza che ingombra e fissa, e poiché la vita appare come sofferenza, è suscitato, parimenti, il bisogno di trovare un senso alla vita. In effetti, si deve ritrovare la continuità e dunque l’attitudine a posizionarsi, affermando la propria presenza, agente, contemporaneamente, come presenza a.

 

31 La depressione insorge quando non si aderisce più al processo di vita, quando manca la certezza come se non si detenesse più il supporto di questo processo. Da qui deriva la necessità di trovare un supporto esterno: è il momento in cui si è posti nella dipendenza con perdita dell’immediatezza. Viceversa, ogni volta che un individuo si trova in una situazione in cui si riattualizza intensamente la sua dipendenza, ricade in depressione.

La depressione spesso si manifesta come un fenomeno complementare e compensatore della ritenzione, sia sul piano diacronico che sincronico. In questo caso, una parte dell’essere subisce la ritenzione mentre un’altra parte entra in depressione.

Lo stato ipnoide racchiude sempre una dimensione depressiva. In alcuni individui, tuttavia, la depressione è tale che, per sopravvivere, si devono porre costantemente in tensione ripetendo coattivamente la stessa operazione attraverso la quale sono riusciti, in origine, a superare la depressione. Sono individui esaltati, sempre sul chi vive, assolutamente incapaci di percepire l’altro. Aprirsi a ciò che avviene, ascoltare, implicherebbero, infatti, una diminuzione della tensione e la possibilità di essere invasi dalla depressione. Essi si sentono contemporaneamente e inconsciamente minacciati.

 

32 Questo momento catastrofico è ben evocato dalla sensazione che manchi la terra da sotto i piedi[34], momento in cui si mostra la dimensione di supporto della terra posta in quanto madre. È la rivelazione di un’evidenza e della sua perdita.

 

33 La sensazione di vuoto equivale alla sensazione della perdita di un supporto: da qui deriva l’installarsi dell’impronta della ricerca di un supporto per ritrovare la continuità che il bambino ha, in primo luogo, nella madre. 

 

34 Tutto il processo di vita testimonia, per il suo sviluppo, del bisogno di supporti. Il fenomeno dell’ontosi s’innesta, dunque, su un fenomeno naturale, ma in uno stornamento.

 

35 Ogni epifania segnala, testimonia, l’importanza del supporto, la sua essenzialità. Senza supporto dio svanisce.

 

36 Lo sviluppo della scienza provoca un’eliminazione di ciò che è stato messo sui supporti, e restituisce loro una verginità: da qui discende un disincanto, un sentimento di solitudine.

 

37 La volontà dei giovani di acquisire dei supporti che siano loro confacenti, costituisce uno dei fondamenti del conflitto tra  generazioni.

 

38 Il momento del trauma è caratterizzato da una dilatazione del presente giacché esso s’impone come non avente mai fine; ciò fonda, per il restante della nostra vita, la persistenza indefinita del passato.

 

39 All’acme dell’impatto del trauma sull’essere che avviene, il quale ancora partecipa della totalità, si sperimenta una sorta di frammentazione in cui ogni frammento contiene l’essere, comunque, nella sua interezza[35].

A motivo dell’evanescenza simultanea del supporto, la crisi della presenza del mondo (perdita della sua esistenza) si afferma in quanto crisi della presenza dell’essere che avviene, e reciprocamente.

Questa frammentazione permette il dispiegamento del processo di riduzione che agirà sull’essere stesso.

 

40 La confusione che ne segue si manifesta con l’induzione di uno stato ipnoide e di uno stato isteroide. In questo frangente sorgono le domande: chi sono io? Dove sono? Così come la volontà di sapere cosa ci sta di fronte. In altri termini, c’è necessità di comprendere i due estremi della continuità spezzata.

 

41 I livelli di vigilanza non constano soltanto di veglia e sonno, compreso il particolare sonno paradossale, ma anche del livello ipnoide, costantemente soggiacente ai precedenti, il quale, in alcune condizioni, può apparire, manifestarsi.

Lo stato isteroide, composto dai più diversi dolori organici, difficilmente può essere percepito, giacché tali dolori possono essere attribuiti, e lo sono, a fenomeni patologici sopraggiunti qui e ora.

 

42 Si vive in modo sovrapposto, in maniera stratificata. Il primo strato è quello del passato costantemente presente (stato ipnoide e isteroide); il secondo è lo strato del presente, del fare, dell’attività; il terzo strato è quello del futuro, dei fantasmi, complementare allo strato del passato. I differenti strati sono tra loro discordanti.

 

43 Lo stato ipnoide, che colpisce la dimensione psichica dell’individuo, e lo stato isteroide, che colpisce la dimensione organica, sono il risultato di un blocco del processo di vita in corso, cosa che si traduce con una perdita di autocontrollo e con una messa in sospensione. È il momento dell’installarsi delle impronte (tesi 26). L’impronta principale è quella del trauma.

La potenza della suspence sta nel riattivare questo momento di sospensione.

 

44 I due stati suddetti si stabiliscono in seguito all’inibizione del processo, del suo compiersi motorio, e della sua presa di coscienza.

Intervenire è tentare di uscire dal blocco mentre parlare può voler dire uscire dalla passività.

 

45 La perdita della continuità è vissuta come perdita del supporto – tutto crolla – e dei riferimenti. Per poter esistere è dunque necessario trovare dei supporti e dei segni i quali diventano, a loro volta, dei supporti: si origina, perciò, un bisogno d’interpretare e la necessità di un’ermeneutica esistenziale.

 

46 La perdita suddetta suscita le seguenti domande: cosa c’è oltre la rottura, al di là della madre? Cos’è andato perduto? Queste domande avviano la ricerca cognitiva che si cala nell’incognito e nella questione dell’al di là, non inteso oltre la morte, poiché essa si radica all’inizio, al momento della rottura, e riguarda l’oltre di questa, l’al di là della madre.

 

47 In funzione delle tesi 27, 32 e 39, risulta che l’individuo sperimenta una profonda crisi della presenza al mondo, crisi che si traduce in un’inettitudine a posizionarsi nella continuità, nella totalità, perché la sua realtà gli è parimenti inafferrabile.

 

48 Il blocco determinato dalla rottura della continuità impedisce al bambino di accedere alla propria realtà, di posizionarsi e di arrivare alla cosiddetta autonomia. Tutto ciò lo getta nella dipendenza e nella confusione. Il bambino non distingue il  suo da ciò che è della madre. Il processo ostacolato, inconsciamente, avrà costante tendenza a completarsi, affinché l’individuo possa arrivare ad afferrare se stesso fuori dalla confusione.

 

49 La ripetizione dell’ostacolarsi dei diversi processi che costituiscono, a loro volta, ripetizioni coatte dell’arresto iniziale, comporta che noi siamo costituiti da discontinuità.

La ripetizione coatta è una forma di riattualizzazione di un evento vissuto anteriormente.

 

50 La confusione insorge quando vi è una molteplicità eterogenea che si diparte in tutte le direzioni, dunque quando vi è dispersione, caos, quando vi sono dei nodi, degli intrecci; ma anche quando vi è una fusione di cose, che non dovrebbero esserlo, che c’impedisce di discernerle.

La dinamica del discernere, del distinguere, del separare, dell'estrarre, del purificare, dell'ordinare, testimonia il desiderio di uscire dalla confusione giacché questa evoca incertezza e insicurezza.

 

51 La confusione diviene spesso un supporto per esprimere il senso di colpa. Dire: sono confuso, equivale ad abbozzare una confessione; allo stesso tempo, la confusione segnala il riattivarsi dello scossone subìto.

Essere confuso è palesarsi colpevole.

 

52 La confusione opera ugualmente come supporto della vergogna di non essere accettato, pienamente amato, e ciò riporta al trauma iniziale.

 

53 La paura di essere confuso con chicchessia manifesta la paura originaria di perdersi, di perdere la propria originalità, la propria identità, la propria idiosincrasia; la paura d’alienarsi. Essa s’impone come ripetizione coatta: paura di essere confuso con l’essere ontosico proiettato dalla madre.

 

54 L’essere messi in discontinuità si accompagna alla perdita della certezza immediata e all’evanescenza dell’immediatezza, le quali inducono, parimenti, l’interrogativo: perché c’è qualcosa piuttosto che nulla? Cosa c’è prima della nascita e, soprattutto, prima del concepimento? Nostalgia dell’origine, di ciò che fa apparire, dell’essenza.

 

55 All’interno dello stato di confusione si afferma l’Hilflosigkeit, la derelizione[36], la sensazione d’inferiorità, di essere stato gettato nel mondo, di esservi abbandonato – la crisi della presenza –, e prendono avvio sia la ricerca per il riconoscimento che la ricerca cognitiva. Entrambe sono legate: conoscere per essere riconosciuti.

 

56 L’essere diseredato è una ripetizione coatta della derelizione: perdita della continuità per perdita della discendenza, sensazione che quel che fanno i bambini sia in discontinuità con quel che facciamo noi, perdita della possibilità della continuità per perdita dei bambini, o dei loro sostituti che ci servono da supporto ai bambini ideali.

 

57  Un sentimento di solitudine invade l’essere che avviene nel momento del suo incontro con la rottura della continuità: momento di appercezione della follia: processo – e suo risultato – attraverso il quale si è ridotti a sé. Per compensazione si creerà il fantasma della presenza di un gemello (caso in cui la solitudine si verifica ancora prima della nascita), di un angelo custode, di un alter ego. Per questi fantasmi esistono diversi supporti, in particolare la placenta. A loro volta, queste entità virtuali sono il supporto del desiderio di completamento, di perfezione. Si rende fantasma una presenza per scongiurare un’assenza. Il fantasma costituisce la compensazione più efficace.

 

58 La follia dell’individuo, e della specie, è l’esito logico e inevitabile del processo di separazione dal resto della natura. La specie, ridotta a se stessa, vuole ricomporre tutto a partire dai suoi possibili, dalle sue attitudini e capacità. Da qui deriva lo sviluppo ipertelico della tecnica sfociante nella virtualità. L’individuo pazzo, folle, effettua in se stesso, con l’aiuto di un mondo introiettato in sé, il processo di vita, ignorando il resto degli uomini e delle donne.

In entrambi i casi, si realizza una mistificazione del ristabilirsi effettivo della continuità.

 

59 Tra le entità virtuali, la più importante è dio. Questa entità non può essere ridotta soltanto a una sintesi di esteriorizzazioni delle qualità della specie e, dunque, non si limita a rappresentare lo spossessamento di dette qualità a spese della specie (Ludwig Feuerbach). Questa entità rappresenta anche il supporto ideale della specie per affermare le sue attitudini, la sua potenza. Finché c’è ontosi, s’impone la necessità di dio.

 

60 Si compensa perché si è ridotti, negati, perché si è messi in uno stato di dipendenza, d’inferiorità. È un processo senza fine perché la dipendenza originaria resta sempre nascosta, misconosciuta. La compensazione si realizza come un divenire con ricorrenza inversa. Se un tipo di atto compensatore è efficace nella situazione n, allora dovrebbe essere egualmente efficace per la situazione n-1, poi per quella n-2 etc., fino alla n-n=0, ovvero alla situazione originaria[37]. Dato, però, che tale situazione non è percepita, si ha uno scivolamento nel passato, e la maggior parte delle volte in un momento generalmente molto lontano da essa.

Quando la compensazione non è possibile c’è autonomizzazione[38] di ciò che si voleva compensare, e si può avviare il divenire alla follia.

 

61 Ogni compensazione costituisce uno stornamento.

 

62 Il complementare della compensazione è il denegamento, l’attività con la quale si opera un diniego[39]. Essa consiste nel negare un’assenza, una mancanza.

L’essere ontosico si costituisce attraverso un costante denegamento della sua non accettazione originaria da parte della madre, del padre, di sé in quanto bambino che si afferma nella sua naturalezza, originalità, unicità.

 

63 Il fascino della clonazione – il clone è la figura dell’anima (corporea all’origine), del gemello, dell’alter ego, dell’angelo custode – esprime una ripetizione coatta: spezzare la solitudine e arrivare alla perfezione che si realizza allorquando un processo, un’azione, arrivano a completarsi[40]. In questo senso, l’ontosi si caratterizza per l’assenza di perfezione. L’essere ontosico è sempre incompiuto.

Il concetto d’infinito racchiude un processo d’incompiutezza, di non finito che ha, però, continuamente tendenza a completarsi. È il supporto della confusione suscitata dalla visione di ciò che affascina e fa paura, cosa che, del resto, l’infinito genera da sé.

Il sosia reimpone il momento della confusione: da una parte, la sua presenza consente di esaudire il desiderio di avere un alter ego, dall’altra, attiva l’impronta della paura di essere confuso, di perdere la propria unicità.

 

64 Il bambino piccolo non ha la capacità di affrontare il reale che gli è imposto. Non riesce a vederlo in quanto tale, a causa del suo piano di vita, della sua incompiutezza, e a causa del blocco delle funzioni integrative del suo sistema nervoso – in fase di maturazione – provocato dal trauma. Il bambino è dunque spinto a creare dei fantasmi a partire dalla conoscenza inclusa nel suo piano di vita. La mistificazione può quindi dispiegarsi: è nel processo naturale che si radica l’ontosi e per sfuggirle s’impone la necessità di sottrarsi alla natura.

Il fantasma (phantasma) è il prodotto dello stornamento dell’immaginazione.

 

65 La rottura della continuità pone l’essere che avviene in uno stato d’attesa: cosa succederà? Essa fonda l’impronta dell’attesa e della speranza ed esalta ancor più la facoltà di pensare, perché pensare è curare*, salvarsi, superare un momento di rottura, un’apertura esistenziale.

 

66 Pensare è sfuggire alla sofferenza; da qui deriva la posizione che sostiene che a soffrire è il corpo, non lo spirito, che tramite lo spirito si può sfuggire alla condizione terrestre cioè al modo di vita modellato dalla repressione parentale. Essere materia significa soffrire, essere spirito significa liberarsi, sfuggire al ciclo delle sofferenze.

 

67 Ogni pensiero ha una dimensione terapeutica. Dio, lo spirito, sono dei terapeuti. Allo stesso modo, tutte le produzioni della specie sono investite di tale dimensione, che sia la medicina, la religione, la filosofia, l’arte, la letteratura, o il diritto[41].

 

68 La rottura della continuità ci riduce e ci particolarizza, in altri termini, ci instaura nello stato di particola in cui restiamo imprigionati. Questa reclusione fonda un mistero e il possibile della follia.

 

69 Siamo ridotti a qualcosa che non può essere un niente, a un es, un ciò di cui, un quello, un esser-ci etc.[42]

 

70 L’individuazione è una ripetizione coatta. L’individuo è ciò che non può più essere diviso; ciò che resta di una divisione, di una immensa riduzione più volte reiterata.

 

71 Il fenomeno della riduzione ci rende informi. Da qui discende, per compensazione, la necessità di un’informazione, di una messa in forma.

 

72 L’adattamento alla società è una ripetizione coatta di questa messa in forma. L’essere spontaneo, immediato, cioè l’essere originario, non è accettato perché si pone nella modalità del continuo. Deve quindi prendere una forma e divenire un quantum discernibile e accettabile[43].

 

73 La non accettazione dell’essere spontaneo, nella sua naturalezza, nella sua unicità, nella sua originalità, provoca la sensazione di essere respinto e fonda l’inaccessibilità della madre. La rimozione, come fenomeno incosciente, è inizialmente una ripetizione coatta, un’aggressione interiorizzata, un’auto-aggressione in continuità con l’auto-repressione come fenomeno cosciente. L’individuo rimuove ciò che proviene dal suo essere originario: la sofferenza intollerabile e, più intensamente, l’attivazione dell’impronta dell’instabilità, dell’insicurezza, della perdita di certezza in cui lo gettò il rifiuto materno, qualora insorga, nel presente, una qualsiasi instabilità, così come l’installazione della dinamica reattiva. D’altra parte, l’individuo si sente riempito, ingorgato dal flusso di vita che, al suo livello, è spezzato dalla rottura della continuità, impostagli dalla madre. Non si ha più deflusso e questo fenomeno è accresciuto dalla confusione nella quale l’individuo è stato gettato. Si tratta della ritenzione, fenomeno incosciente che si accompagna al fiato sospeso: ciò che avviene è trattenuto per paura della distruzione, della rimessa in causa, dell’incognito, posto innanzi. In questo frangente si costituisce, dunque, il contenuto dell’inconscio, formazione ontosica, storicamente transitoria: il trattenuto e il rimosso.

L’oblio del passato è una forma di rimozione: inibizione dell’anamnesi. Esso aumenta la nostra pressione interna e perciò amplifica il fenomeno della ritenzione. Da qui deriva che si vive nella dimenticanza (rimozione) e si è costantemente ossessionati dal passato (ritenzione).

 

74 Molti fenomeni divengono incoscienti in seguito alla rottura legata al trauma iniziale o a traumi successivi. Lo spezzarsi della continuità provoca una rottura, in diversi processi vitali, e finisce con l’instaurare e mantenere lo stato ipnoide e lo stato isteroide (tesi 17). In questo caso non si è avuta rimozione – rendere incosciente ciò che tende a imporsi in maniera cosciente – ma un accrescimento del fenomeno della ritenzione, il quale, globalmente, risulta dall’impossibilità della transizione da un fenomeno incosciente a un fenomeno cosciente e non permette all’individuo di liberarsi.

 

75 La ritenzione è una ritenzione della pulsione, un fenomeno non lineare, ma periodico, ritmico, alla base degli spasmi e degli sbuffi che, periodicamente, si manifestano.

In seguito alla non accettazione, alla repressione, la pulsione si frammenta in pulsioni.

Nello stato di attesa (tesi 65), la ritenzione si riattualizza. 

 

76 La ritenzione, in quanto fenomeno che permette la condensazione, la concentrazione, è biologicamente necessaria per la formazione e il mantenimento di esseri particolarizzati, vale a dire, di esseri viventi distinti, come avvenne con l’apparire dei primi procarioti. Allora la genesi di una membrana permise la realizzazione della ritenzione. Contemporaneamente, molteplici meccanismi fecero in modo che tale particolarizzazione non si trasformasse in separazione.

La ritenzione si manifesta egualmente, e si compie di nuovo, nel caso dell’ispirazione, tanto in senso letterario che scientifico o artistico, o allorquando c’è nostalgia: invasione da parte di un contenuto anteriore.

 

77 La ritenzione, in quanto meccanismo attivo, agisce nel tentativo di mantenere la continuità con l’altro, di evitare ogni separazione. Nello stesso tempo, essa traduce la paura della mancanza, inizialmente della madre, poi dei supporti, per raggiungere tale continuità.

Il trattenere l’altro – ovverosia il trattenere il supporto, il tenerlo con sé per poter continuare a ripetere coattivamente – avviene, ad esempio, quando la madre nega al bambino l’uscita dall’utero: questo rifiuto sarà poi confermato al momento della scena traumatica fondatrice, e ripetuto coattivamente allorquando del bambino non sarà accettata la crescita, lo sviluppo in quanto essere originario, per conservarlo come supporto della completezza, della realizzazione di un compimento. Accade lo stesso quando uno dei coniugi rifiuta all’altro la possibilità di andarsene ed è pronto a far qualsiasi cosa per trattenerlo, ripetendo coattivamente ciò che gli era successo con sua madre e suo padre.

La paura dell’abbandono si evidenzia nella ritenzione che opera come uno scongiuro.

 

78 La parentela tra rimozione e ritenzione deriva dal fatto che entrambi i fenomeni sono in relazione con l’inibizione. Inoltre, nel primo caso si tratta di un ripetere coatto, attivo, quel che accadde originariamente, nel secondo, di un ripetere coatto, passivo, nel quale l’individuo si trova in uno stato simile al vissuto originario, quando fu interdetto, posto nella passività.

Rimozione e ritenzione inibiscono il processo cosciente e dunque aumentano il dominio dell’incosciente: l’inconscio, fenomeno ontosico.

 

79 Nella rimozione, l’inibizione riguarda le funzioni che permettono di completare il processo in atto, vale a dire la fase di presa di coscienza, e questo tende a fare risorgere lo stato ipnoide.

 

80 Non è soltanto la paura della sofferenza[44] che induce a rimuovere (tesi 73), ma anche l’insorgere di una instabilizzazione che ricorda l’instabilità, l’insicurezza e la perdita della certezza nelle quali fummo posti. L’ambito del rimosso è uno stato oltre lo stato di sofferenza; tuttavia vi è una connessione tra i due giacché essere nella sofferenza significa essere lasciati, in derelizione.

 

81 La rottura della continuità, nel momento stesso in cui avviene, suscita in noi un fenomeno d’aspirazione. La corrente, il fluido, il flusso, tutto ciò che può rappresentare il supporto di questa continuità è contenuto. Non può più defluire. Contemporaneamente, ciò da cui proveniamo, e che ormai ci sta di fronte, è divenuto l’altro polo, l’altra estremità della continuità che, quasi in maniera meccanica, ci aspira, ormai, il flusso trattenuto. Ci sentiamo aspirati e trattenuti.

Avvertiamo un’aspirazione e non possiamo liberarla. Nel corso della nostra vita, ciò si ripeterà spesso, e il luogo di quest’aspirazione, divenuto utopia, rimarrà, perlopiù, sconosciuto.

 

82 A motivo del rovesciamento verificatosi alla nascita, ovvero, che ciò da cui si proviene ci sta di fronte – come se la nostra istanza originaria ci fosse presentificata, come se la nostra essenza divenisse un oggetto –, si accresce la nostra confusione.

La ricerca dell’utopia è contraddittoria, vana e illusoria nella sua essenza, ma efficace nella sua effettività. Si ricerca il luogo di provenienza, al quale si aspira, in vista di ristabilire la continuità.

 

83 Per alleggerire la tensione suscitata dalla ritenzione, e dovuta all’impossibilità di un defluire, l’individuo è spinto a trasferire e a proiettare. Per cercare sollievo, egli tende letteralmente a riversarsi. Si vuole donare, al fine di liberarsi. Questo è il sottofondo essenziale del dono che, spesso, lo fa percepire come un male. Nel momento in cui un individuo riceve un dono sente anche che gli si sta trasmettendo un qualcosa che gli sembra estraneo[45]. L’individuo non è cosciente del fenomeno, tuttavia ne è turbato e avverte un grande malessere.

La pulsione a donare diviene pulsione a riversarsi.

 

84 Il supporto può essere un uomo, una donna (in ogni momento della vita), e qualsiasi altro essere vivente, un oggetto, un’entità, un pensiero o un concetto. Tra questo supporto e ciò che è trasferito, proiettato, riversato, si crea una dinamica di azione-reazione che rende più complesso il sentito, il vissuto, dell’individuo.

Il feticcio, l’idolo, sono supporti talmente ricolmi di transfert, di proiezioni, di riversamenti da accedere a uno statuto ontologico, a un’esistenza. Sono diventati così, in seguito a una sorta di transustanziazione.

Un evento, o una data attività, possono operare egualmente come dei supporti per esprimere i diversi modi del malessere che hanno conosciuto, all’origine, gli esseri ontosici, i quali, invano, tentano di dire, di esprimere l’accaduto. In definitiva, tutto l’ambiente si carica del passato dell’essere ontosico[46].

 

85 La ritenzione è un fenomeno doloroso. Il flusso di vita, non potendo scorrere, agisce come un fuoco. I mistici di tutti i paesi lo hanno descritto, come ad esempio Santa Teresa d’Avila, e sovente si è espresso nei cantici dedicati all’amore di dio, di cui l’amore folle è la forma profana.

Ciò che qui si verifica non dipende dalla sublimazione della sessualità.

Il fuoco è ambito, di conseguenza, come operatore di purificazione che permette di distruggere il trattenuto che è in noi, che c’ingombra e c’impedisce la presenza.

 

86 La ritenzione è reperibile mediante diverse ripetizioni coatte: negli slanci bloccati, nati morti. L’individuo si sente pieno di un immenso discorso, di un desiderio ardente e tuttavia non arriva a dire, a significare, a esprimere: è in affanno e, talvolta, traspira.

La timidezza è un’espressione della ritenzione, così come lo sono il rancore e il risentimento.

 

87 Il riversamento, a causa della ritenzione, è molto potente nel momento dell’identificazione. In questo caso c’è un doppio movimento: l’individuo si trasferisce in un altro, e mette in atto diverse proiezioni.

Il processo d’identificazione, soprattutto della madre in rapporto al bambino, comporta un fenomeno di desostanzializzazione, nel senso che la naturalezza del bambino è negata, e un processo di transustanziazione giacché, virtualmente, la madre gli trasferisce l’essere desiderato. Questo processo è una componente dell’inoculazione dell’ontosi. Nel corso dell’infanzia, suddetto processo è più volte reiterato perché il bambino, per poter essere accettato, si adatta all’ontosi della madre, e a quella del padre, confermando la trasmissione; trasmissione che si attua come un’inoculazione[47]. L’identificazione, in particolar modo nella sua dimensione di desostanzializzazione, fonda la madre divoratrice, l’orchessa, la madre invadente, castratrice. La desostanzializzazione è ugualmente alla base della pedofilia, un fenomeno diffuso soprattutto fra i maschi.

Identificarsi a qualcuno significa trovarsi un essere di ricambio, un clone.

 

88 Lo specchio che cattura i raggi luminosi ostacola la continuità, simbolizza la non accettazione e, in tal modo, evoca la ritenzione generata dalla perdita della continuità. Ogni superficie di discontinuità può fare da specchio, dunque può servire da supporto per riattivare la discontinuità originaria. L’aspirazione a ritrovare la continuità fonda il desiderio di attraversare lo specchio – di sfuggire alla ritenzione – per andare oltre a ciò che ci limita, ci rende incompleti.

 

89 Durante la pubertà, il fenomeno della ritenzione è riattivato dalla pulsione sessuale e acquista un’espressione molto forte che causa l’esuberanza degli adolescenti, il loro sconfinare ma anche il sentimento di non riuscire a esprimere tutto e non essere compresi.

È soprattutto in quest’epoca della vita che si teme di essere sopraffatti, sommersi, dal flusso vitale, emozionale, che non scorre normalmente. Tale scorrere è tuttavia possibile nella rappresentazione (letteratura, arte), come si realizzò, in modo spettacolare, nel romanticismo o nel surrealismo. In tal caso l’individuo si ostenta, e sfoggia la sua ontosi senza giungere, giammai, ad afferrare il proprio essere originario.

 

90 La ritenzione ci ordina di trovare un ricettacolo in cui riporre quel troppo pieno che è in noi. Per gli uomini maschi si tratta della ricerca dell’eterno femminino, secondo la prospettiva di J. Wolfgang Goethe, e dell’immenso desiderio di donarsi, sia per dimenticarsi, sia per ritrovare la continuità con se stessi e col cosmo. Talvolta le due dinamiche possono essere intimamente legate. L’importante è che l’altro riceva ciò che, in qualche modo, c'invischia, c'inibisce (ricerca dell’anima gemella). Nel maschio questo determina l’eiaculazione precoce.

Ogni persona che ascolta diventa un ricettacolo. Mi si ascolta e io mi riverso.

Nella donna la ricerca di un ricettacolo si realizza  tramite la dinamica della dedizione, in particolare verso il bambino.

 

91 Il troppo che c'ingombra deriva da una mancanza, la mancanza della continuità. La confusione si reinstaura e si presenta, qui, come confusione tra il troppo e la mancanza.

 

92 La vita dell’essere ontosico è una costante ricerca di supporti per i propri transfert e le proprie proiezioni, di ricettacoli (sfoghi) nei quali riversare ciò che ingombra. La letteratura, l’arte, la filosofia etc., allo stesso modo delle differenti attività pratiche, artigianali o industriali etc., funzionano parimenti da ricettacoli.

Il fenomeno è contraddittorio, confuso: l’individuo si riversa ma ha spesso delle grosse reticenze a dire, a esprimere, a fare, e ripete coattivamente il divieto iniziale nel quale fu posto, così come la confusione che ne era seguita.

Il fenomeno si complica anche perché, ogni volta che si realizza un atto creativo, c’è ripetizione coatta del concepimento e della nascita con tutti i traumi annessi.

 

93 Per la gran parte ciò a cui mirava Siddharta, il Budda, quando parlava di aggregati, di tutto quel che ci ingombra, concerneva il fenomeno della ritenzione. La ricerca del vuoto in se stessi è un fenomeno di compensazione della ritenzione. Quest’ultima fissa, mentre tutto è movimento.

Il vuoto appare come un operatore per ritrovare la continuità una volta che è stata evacuata, omessa, l’immediatezza. Il vuoto è ricercato per eliminare la coscienza e l’inconscio, ovvero i contenuti che ingombrano l’individuo e lo allontanano da se stesso. In questa dinamica, svuotarsi significa liberarsi.

 

94 La ritenzione implica un trattenuto o contenuto, ma anche una ritenenza, ovvero un dato che integra la repressione-inibizione, componente della domesticazione. La ritenenza si può pensare come un fenomeno che riguarda la superficie interna e dunque la forma dell’essere, determinata dal suo contenuto.

Per converso, la rimozione implica uno sprofondamento, un fenomeno che riguarda l’interno, contribuendo a dargli una forma con il modellarne il contenuto. Originariamente, la rimozione ha operato dall’esterno, di conseguenza essa riguarda la superficie esterna e dunque la parte visibile dell’individuo.

 

95 La ritenenza è l’atto stesso del trattenere, mentre la ritenzione è sia il risultato che il fenomeno nel suo insieme. Essa opera come una continenza poiché è la forma che noi assumiamo in seguito al fenomeno della non accettazione. Ogni continenza – il modo di essere di qualcuno in funzione di una data situazione – è una ripetizione coatta della ritenenza primordiale. Ora, continenza viene da contenere, e contenere ha anche il significato di trattenere: contenere qualcosa, contenersi. Auto-reprimersi implica contenersi, da qui deriva la sua parentela con la rimozione che gli è legata anche mediante l’auto-repressione.

Tutti questi fenomeni rientrano nella dinamica di domesticazione, la quale appare, non soltanto come un’operazione di transustanziazione, vale a dire come un’operazione d’impianto di un’altra sostanza che fonda l’ossessione, ma anche come una messa in forma per essere aggiustato, per essere adeguato al divenire fuori dalla natura.

 

96 Detenere un segreto è aumentare il quantum di trattenuto; significa, dunque, esasperare la ritenzione e, in tal modo, accrescere la tensione interna, la quale si esprime alla periferia del nostro essere e fonda la ritenenza. Presto tutto ciò Tutto questo risulta insopportabile.

Il segreto è un altro elemento che causa in noi la pesantezza.

 

97 Ciascuno racchiude in sé qualcosa d’invisibile, la propria ontosi, il proprio segreto, del quale desidera essere liberato.

 

98 Anche l’invisibile forma il contenuto della speciosi. Da millenni, uomini e donne si pongono la questione di sapere cosa li muove, il più delle volte, in direzione contraria al loro profondo desiderio. Il destino, la fatalità, il karma, un ordine cosmico, la mano invisibile, lo sviluppo delle forze produttive, l’inconscio, i geni etc., tutti questi supporti sono stati invocati per trovare una risposta. Inoltre, per spiegare il divenire del cosmo, si fa costantemente appello all’invisibile: l’attrazione, una materia oscura, delle variabili nascoste, una materia invisibile etc. Così facendo, la specie è costantemente in presenza del suo problema: c’è qualcosa di nascosto che segretamente condiziona il suo divenire.

 

99 Il divieto rende invisibile. Non si deve toccare, né toccarsi reciprocamente, dunque non si deve essere in continuità per lasciare intatto l’invisibile che ci governa.

Ogni potere autonomizzato possiede la dimensione dell’invisibile, dell’ineffabile.

 

100 La repressione, agendo da migliaia di anni, ha reso invisibili dei fenomeni fino a prima evidenti Ad esempio, la percezione dei feromoni è divenuta totalmente incosciente, dunque invisibile, e l’organo della loro rilevazione, l’organo vomero-olfattivo, si suppone perduto.

Ciò appartiene al fenomeno della perdita di presenza al mondo e agli esseri viventi, e all’instaurarsi di una fisiologia idonea all’essere ontosico.

 

101 Questa fisiologia è in gran parte determinata dalla necessità di compensare. Così l’encefalo, grazie a diversi e importanti centri situati, in particolare, nel telencefalo (cervello), deve compensare la perdita di attività di quei centri che sono stati ridotti dalla repressione della loro funzione e dalla necessità di controllare (auto-repressione) ogni attività. Apparentemente ciò offre un fondamento alla teoria secondo la quale si utilizza soltanto il dieci per cento del cervello. Si dovrebbe dire dell’encefalo, giacché tutte le sue parti intervengono nel processo di conoscenza, ma per realizzare, o controllare, delle funzioni che potrebbero essere realizzate o controllate da altri centri o mediante altri organi. È uno stornamento (tesi 61) tanto quanto un’omissione della regressione[48].

 

102 Questi fenomeni sono connessi alla trasformazione dell’innato in acquisito; trasformazione che è in rapporto col dispotismo della coscienza, la quale è una formazione prodotta storicamente dalla repressione, di cui mima, ripetendone coattivamente, il dispotismo.

 

103 Il desiderio della specie, come dell’individuo, è rendere tangibile questo invisibile, questo virtuale incluso in ogni uomo, ogni donna. La virtualizzazione costituisce il tentativo più potente di renderlo accessibile, percepibile, concreto. In tal modo, però, essa opera una vasta mistificazione poiché l’invisibile che ci manipola è l’ontosi, radicata nella dinamica di separazione dal resto della natura[49].

 

104 Un bambino non ama detenere un segreto, benché ne sia affascinato, giacché gli evoca la madre in quanto mistero; gli adulti riescono a farlo con difficoltà. L’auto-denuncia dei rivoluzionari, che si erano dati alla clandestinità ed erano sfuggiti alla repressione, lo testimonia.

Il fenomeno della delazione mostra, parimenti, la compensazione della ritenzione.

 

105 Sul piano somatico, la ritenzione trova espressione nell’obesità, un fenomeno universalmente diffuso e sempre più grave. L’obesità mostra che tutti i modi per compensare sono inoperanti dato che, al posto di compiere semplicemente la loro funzione, spesso rafforzano ugualmente la ritenzione.

L’anoressia è il fenomeno inverso complementare.

Altre somatizzazioni testimoniano la ritenzione: ad esempio, la costipazione, le emorroidi, l’asma, i vari disturbi cardio-vascolari etc. Un posto particolare spetta alla congestione, a qualsiasi livello dell’organismo si presenti. Una certa ridondanza del fenomeno accade spesso, operando simultaneamente, sul piano del pensiero.

 

106 La rimozione agisce soprattutto a livello del respiro: da qui deriva l’importanza della respirazione nelle diverse tecniche che mirano alla liberazione.

I movimenti respiratori nei quali è attivo il soffio, l’inspirazione e l’espirazione, sono dei supporti essenziali per esprimere diverse emozioni, attribuzioni, sentimenti, fenomeni cognitivi e desideri. Questi si affermano e si svelano anche grazie a un fenomeno che non concerne la respirazione ma che fa comunque intervenire il soffio: l’aspirazione. Così, mediante i tropi – in particolare la metafora –, gli uomini e le donne esprimono efficacemente che è grazie alla loro totalità che essi vivono e pensano, e che la separazione anima (o spirito)-corpo è un inganno, una mistificazione.

 

107 L’Es di Georg W. Groddeck è un’espressione della ritenzione. In questo caso è tutto il corpo, sono tutte le cellule che tendono a dire, a riversare, il troppo pieno. L’Es dice che non ci si può più contenere; che per vivere bisogna esprimere il vivere, il processo di vita che ci è proprio.

 

108 Educare significa mantenere la ritenzione nel bambino; significa imporgli un contegno-ritegno: insegnamento della pulizia, insegnamento dei limiti. Egli deve contenere-trattenere le sue feci come le sue emozioni, i suoi pensieri, i suoi giudizi. Deve imparare a dissimulare, dunque a nascondere, dunque ad aumentare il contenuto-trattenuto diventando beneducato, e sapendo anche di non poter esprimere tutto. Deve parimenti imparare a differire, e ciò accresce, per un tempo più o meno lungo, la ritenzione.

I bambini sono dei ricettacoli per il riversamento degli adulti. Periodicamente, essi sono riempiti, e l’ingombro risultante ne inibisce la naturalezza.

 

109 La rimozione rafforza la ritenzione rigenerando un contenuto il quale produce, all’interno dell’essere, una tensione. Tale contenuto era diminuito grazie alle diverse riemersioni del rimosso; una volta rigenerato, esso riattualizza la percezione di quell’intensa pulsione scaturita al momento della discontinuità, e che proviene dalla pulsione di vita, dal continuo.

 

110 Mediante la momentanea liberazione che fa seguito a eventi felici – la gioia è un fenomeno che permette di liberare un contenuto – si verifica una diminuzione della tensione fondamentale in rapporto alla ritenzione: ciò genera uno smarrimento perché l’individuo si trova davanti a qualcosa di non abituale. Si può arrivare fino alla depressione. La depressione insorge in conseguenza della sensazione di vuoto dovuta al fatto che, temporaneamente, l’individuo non è più in relazione con i supporti, con i ricettacoli sui quali ha trasferito, proiettato, riversato, ciò che lo infesta. Ogni separazione provoca un tale fenomeno. Per un certo tempo, tutto ciò che l’individuo ha esteriorizzato non può rifluire in lui: costui si ritrova nello spossessamento, nella spoliazione, Entäusserung, col rischio di perdersi.

 

111 La depressione, a sua volta, provoca fenomeni di compensazione atti a ristabilire la tensione, per esempio la bulimia, e non quella soltanto alimentare.

 

112 La tensione provocata dalla ritenzione ci dà la sensazione di esistere giacché è l’unico modo che conosciamo per provare a noi stessi di essere. Da qui deriva la ricerca di cibi generatori di tensione come la carne, o i cereali, così come delle droghe con questo effetto.

 

113 L’angoscia, che insorge generando la sensazione di essere invasi, richiama, piuttosto, una compensazione nell’astinenza, nell’anoressia.

L’ascetismo esprime la volontà di liberarsi dal contenuto che infligge tensione, di fare a meno dei supporti, dei ricettacoli.

 

114 Con l’ascetismo, l’anoressia, oppure l’autismo, l’individuo ripete coattivamente la privazione, il fatto che ha mancato d’amore.

La confusione si reimpone. Essa verte su mancanza, vuoto e trattenuto.

 

115 Sfuggire alla ritenzione significa uscire da un involucro che, teso, provoca tensione; significa sfuggire a limiti costrittivi, da cui le pratiche dell’estasi; significa omettere la rottura, andando oltre a ciò che ci imprigiona, in una dilatazione evocatrice della nostra totalità.

L’estasi è un al di là dell’esistenza; ora, esistere è già uscire da uno stato perché tale stato ci limita.

 

116 Nell’ordine della specie, la sovrappopolazione manifesta un fenomeno di ritenzione, espressione della speciosi. Per compensare s’impone una conquista dello spazio extra-terrestre. Simbolicamente, virtualmente, la specie tende sempre a riversarsi in altri mondi.

 

117 In seguito alla non accettazione, che ha indotto rimozione e ritenzione, l’individuo si percepisce come incompleto e inferiore. Per poter sottovivere e sopravvivere, s'impone nuovamente il fenomeno della compensazione consistente, in questo caso, nella ricerca della perfezione posta come un assoluto.

 

118 L’insicurezza provoca la perdita della certezza, il vacillare dell’immediatezza. L’insicurezza genera un germe di follia, nella misura in cui c’è una totale perdita della percezione di ciò che avviene, della presenza a sé. Per potersi rappresentare occorre fare appello a un supporto: l’ego, un’entità virtuale.

 

119 La dinamica di sottovivere e sopravvivere spinge l’individuo a fare come se la continuità non fosse mai stata spezzata e a crearsi una comunità artificiale.

 

120 Compensare implica ricercare costantemente la perfezione, implica ricercare l’essere che, inconsciamente, è l’essere originario. Compensare porta a edificare un’ontologia. Poiché la perfezione appartiene all’ordine del futuro, il futuro ossessiona l’individuo, il quale, tuttavia, non ha prospettive.

 

121 La madre diventa un supporto per stabilire, o piuttosto per ristabilire, la continuità; essa diviene una mediazione, un vettore.

 

122 Proiezioni e transfert possono realizzarsi soltanto se vi è un supporto. Sono l’espressione di un fenomeno naturale, non ontosico: il prolungamento[50] funzionale dell’individualità-Gemeiwesen nel proprio ambiente, una dinamica che è scomparsa a causa della repressione, della riduzione, salvo rimanere residua in alcuni individui. Dato che tale prolungamento è un’espressione della continuità, è evidente che si effettua nei due sensi: da me all’ambiente, con la proiezione, e dall’ambiente a me, con l’introiezione[51]: questa permette un’incorporazione, un’integrazione, fenomeno che insieme abolisce e conserva (Aufhebung).

 

123 I transfert intervengono nel movimento di “riconoscimento” reciproco degli esseri ontosici. Infatti, in funzione di schemi comportamentali complementari, costoro si riconoscono,  inconsciamente, mediante l’installazione simultanea di transfert. Il contro-transfert è un’insufficiente teorizzazione legata a una determinata pratica psicoanalitica.

 

124 Ogni blocco genera un transfert e riattiva l’impronta dell’impazienza di ristabilire la continuità.

 

125 L’attaccamento è la pesantezza del transfert. Data la mancanza di percezione cosciente della realtà del fenomeno, in questa dinamica di costituzione dell’attaccamento, e nella sua realizzazione quotidiana, la materia è vissuta come il supporto della gravità da cui occorre distaccarsi. Per sfuggirvi, l’essere ontosico può essere condotto a postulare la grazia e a invocarla[52]. Così facendo egli entra, in effetti, in una dinamica di dipendenza totale dal fenomeno ontosico, il quale tende a operare in maniera autonomizzata.

 

126 L’attaccamento, come la fusione, rientra nella dinamica ontosica. Esso deriva dallo stato di derelizione, dalla paura dell’abbandono. Se c’è attaccamento, c’è fissazione, e il flusso della vita, la sua dinamica, non può più liberamente, naturalmente, avvenire a motivo dell’ingorgo di ciò che è stato fissato. L’attaccamento accresce la ritenzione. Egualmente, esso può presentarsi come un momento di realizzazione del desiderato processo di fusione con l’altro, nel quale l’individuo si perde. L’attaccamento esprime il riattualizzarsi della dipendenza iniziale.

L’identificazione è una forma di attaccamento che si presenta come un momento interno al processo di realizzazione della fusione con l’altro.

 

127 Fondamentalmente ciò che si trasferisce è il desiderio di continuità colla madre, col padre, e tramite essi, col processo di vita. Ogni transfert è la trasposizione di un desiderio da un supporto a un altro.

 

128 Affinché si operi il transfert occorre che la persona supporto evochi, non fosse che per un infimo dettaglio, il padre o la madre, o una qualsiasi altro individuo importante per chi sta per operare il transfert. C’è un fenomeno di presentificazione: processo mediante cui, normalmente, ad una persona si rivela la presenza di qualcuno. È in questo momento che il desiderio di continuità colla madre o col padre può collocarsi sul supporto. La presentificazione può avvenire soltanto perché c’è stata la riattivazione dello stato ipnoide e, con ciò, l’attivazione dell’impronta.

Là si manifesta ancora la potenza dei tropi, qui, la sineddoche: un dettaglio può significare la totalità, e la potenza dei segni.

 

129 La presentificazione s’inserisce all’interno del processo di rassicurazione. Utilizzando un uomo, una donna – anche più giovani o più vecchi – per presentificare, nel senso letterale di rendere attuali le persone che desidera, l’individuo si rassicura, anche se non stabilisce alcun transfert.

La possibilità di pervertire la presentificazione, risiede nella dinamica del come se. In quanto fenomeno ontosico, questa dinamica è in rapporto con l’omissione, la compensazione e il fantasma. Si realizza la sostituzione di un certo oggetto del desiderio con un altro, in una forma di raggiro. A partire da qui si può dispiegare la dinamica complementare della simulazione: simulare ciò che è stato perduto, non raggiunto. Da questo istante, si entra nel divenire alla virtualizzazione, fenomeno che può comportare la piena realizzazione della follia.

 

130 La dinamica totale dell’ontosificazione può essere così concepita: fare come se la rottura, la discontinuità, non fosse mai esistita.

 

131 Ci può anche essere presentificazione, senza che ne segua un transfert, allorquando l’individuo si rende conto che qualcosa gli presentifica la madre o il padre e lui gli sta davanti. L’individuo può avere allora l’impressione di essere ossessionato, perseguitato e di non poter uscire da una situazione, da un labirinto.

 

132 La proiezione è il complementare della percezione. È la facoltà di viversi fuori dai limiti del corpo stesso, la possibilità di porre dei contenuti psichici in entità esterne.

Ciò che si proietta sono gli elementi di una realtà che si desidera o che ci ha traumatizzati. Si proiettano, parimenti, i difetti, le qualità, gli elementi costitutivi di un essere, sia per avvicinarcisi sia per distanziarcene.

 

133 Proiezione e transfert operano insieme per incarnare un desiderio: il risultato dell’operazione è la produzione di un essere virtuale. Ciò che è percepito attraverso l’altro, usato quale supporto per l’elaborazione, è proprio l’essere virtuale[53].

Colui che regge l’essere virtuale ne è infestato senza possibilità di accedervi. È estremamente penoso dover sopportare il transfert, il virtuale, giacché ciò avviene con la sensazione di non poter essere mai percepito, e di dover portare un carico, cioè un contenuto emotivo che non afferisce a sé. Il carico può anche rappresentare il contenuto di un riversamento. In ogni caso, l’individuo posto in una situazione di carico ha, da una parte, ha la sensazione che ciò non lo riguardi, dall’altra, la sensazione di trovarsi di fronte a un’estraneità; da qui deriva un malessere che, inconsciamente, gli evoca quello primordiale vissuto al cospetto della propria madre che allora non l’aveva accolto nella sua naturalezza.

Nella relazione con gli altri, l’attesa che l’altro ci fa provare, per ciò che ci riguarda è un carico.

Si fa portare un carico a qualcuno quando, inconsciamente, lo si grava di un contenuto emotivo il cui elemento essenziale, di origine remota, ha come supporto, per manifestarsi, un evento presente col quale è in continuità: scontentezza, malessere, risentimento etc.

 

134 Il corso della vita di un essere ontosico è tutto un riprodurre ripetizioni coatte. Due sono fondamentali. La prima si radica nel tentativo, costantemente reiterato, di ristabilire la continuità, di finire un processo, di concluderlo, di raggiungere, così, la perfezione. Questa è la ripetizione coatta nella sua dimensione attiva, nella quale il soggetto agisce direttamente. L’altra dimensione è quella passiva: qui il soggetto subisce, è passivo e il ripetere coatto opera dalla parte del polo parentale, anche se possono essere altri che, agendo, lo costringono a subire. Questa seconda modalità, che struttura l’ontosi, è in relazione a un preciso momento della vita. Per uscire dalla situazione insostenibile in cui è stato posto, il bambino piccolo è spinto a cercare una soluzione che gli consenta di sottovivere e sopravvivere. Data l’efficacia della soluzione trovata, la sua riuscita, l’individuo stesso, divenuto adulto, avrà tendenza a ripeterla coattamente in contesti totalmente differenti, avendo ormai anche delle capacità diversamente potenti. È la ripetizione coatta che si può definire operante a partire dal polo del bambino, poi da quello dell’adulto che il bambino nel frattempo è divenuto. Ma c’è, come indicata sopra, la ripetizione coatta che agisce a partire dal polo parentale. L’instaurazione della dinamica salvatrice si verifica nel momento in cui il bambino subisce un trauma che gli provoca lo stato ipnoide, stato che permette l’iscrizione di un’impronta. L’impronta è costituita da un certa modalità di comportamento dei suoi genitori. Questa impronta dà avvio a una dinamica in cui prima il bambino, poi l’adulto, avrà tendenza a ripetere coattivamente il comportamento dei genitori, e ciò a dispetto della sua stessa volontà (dimensione passiva).

 

135 La ripetizione coatta è un rigetto*, nel senso in cui testé, in geologia, si usava questo termine per indicare che una faglia, ben dopo la sua formazione, si manifestava di nuovo. Si diceva così perché non si conosceva ancora il determinismo della reiterazione del fenomeno. Grazie alla teoria delle tettonica a zolle, impostasi nel 1968, si sa che ciò è dovuto, giustamente, allo spostamento di dette placche, e che il loro movimento è in relazione alle correnti di convezione nel mantello superiore e il tutto è in rapporto con l’attività del nucleo[54].

 

136 La ripetizione coatta fonda la credenza nella predestinazione, nel destino, nella fortuna, così come, in una certa misura, nella dinamica karmica della reincarnazione e della metempsicosi.

 

137 Molti fenomeni ontosici, come la ripetizione coatta, hanno una dimensione passiva in cui si subisce e una dimensione attiva in cui si agisce. Detto altrimenti: la dinamica ontosica ci porta ad adottare, in funzione delle diverse situazioni, due modalità di vivere: o da vittime, o da carnefici. Le condizioni della vita sociale faranno in modo che uno dei ruoli, nel corso della vita di un uomo, di una donna, diventi effettivamente predominante.

La dinamica del padrone e dello schiavo è un’interpretazione del divenire ontosico.

La servitù volontaria è l’espressione di una ripetizione coatta.

 

138 Ogni ripetizione coatta ha una dimensione di scongiuro, vale a dire che l’individuo crede, consciamente, di non ripetere ciò che ha subito da parte dei genitori, e dunque pensa di uscire da una situazione che vive come segnata da una maledizione. Tuttavia, malgrado le apparenze divergenti, si constata – e succede che lo si possa fare da sé – che costui, in effetti, ha ripetuto coattamente.

La riattualizzazione, attraverso una ripetizione coatta, di ciò che è stato vissuto precedentemente, genera in noi un senso di rassicurazione perché, in questo modo, ci si ritrova in un ambiente conosciuto. Ora, il trauma iniziale ci ha impresso l’impronta della paura dell’incognito, nel mentre ha distrutto la nostra certezza. Si ripete coattamente per rassicurarsi; allo stesso modo in cui, si ripete coattamente per tentare di eludere* ciò che è percepito come un maleficio: dinamica dell’esorcismo.

 

139 Al fine di non ripetere coattivamente, i bambini tendono a cercarsi supporti altri rispetto a quelli utilizzati dai genitori. Da qui deriva una delle cause dello scontro fra generazioni. Giacché i figli rifiutano i supporti parentali, i genitori si sentono negati e rivivono un’esclusione. I figli, invece, a motivo della loro non accettazione da parte dei genitori, ripetono coattamente il rifiuto che questi stessi subirono.

Inconsciamente c’è la volontà di sfuggire all’eterno ritorno dello stesso, al cerchio magico dell’identificazione. Il non accesso al vissuto primordiale, al proprio rivissuto, avvia, inesorabilmente, una ripetizione coatta, processo incosciente.

 

140 La ritenzione può essere vissuta soltanto se ci sono dei fenomeni di compensazione che permettono di alleggerire quella tensione interna che pulsa in noi, che ci opprime: le proiezioni e i transfert. Parimenti, la ritenzione è una compensazione alla rimozione. Ritenzione e rimozione si effettuano mediante la dinamica del come se.

 

141 Il supporto, contemporaneamente, può essere un vettore. Gli oggetti sono spesso dei vettori per ristabilire la continuità. Ciò fonda la dinamica di oggettivizzazione[55] e di feticizzazione (tesi 84).

 

142 La rottura della continuità si manifesta come perdita di ogni supporto, di ogni riferimento. Nelle situazioni vissute come delle catastrofi si crea l’impressione che gli oggetti non possano più servire da supporto, da riferimento (tesi 31 e 32), come se si ribellassero[56].

 

143 L’importanza del supporto si palesa nelle figure del discorso, nei tropi. Qualcosa ci è necessario per poter trasporre, trasferire un significato, una significanza, un senso, come ben si evince nella metafora, ma anche in tutti i non detti, nelle omissioni profonde etc.

 

144 Ogni conflitto tra persone è un conflitto relativo ai supporti (tesi 37 e 139).

 

145 Il fenomeno della proprietà testimonia, parimenti, della potenza del supporto per ritrovare la continuità. Quando si è privati del possesso di un oggetto, in qualunque modo ciò accada, la cosa intollerabile non è la perdita, ma la rottura di continuità che essa implica.

La paura della perdita è paura di perdere la continuità. Avviene lo stesso nell’abbandono.

 

146 La ritenzione genera il segreto (tesi 96, 97 e 104): l’elemento nascosto diviene inaccessibile all’individuo, che perciò è abitato da un mistero, e questo traduce il suo stato di reclusione, e la sua sensazione di essere posseduto.

Ogni blocco riattualizza la situazione di ritenzione.

 

147 La pulsione di vita, che all’inizio è molto forte perché siamo ancora in continuità con ciò da cui proveniamo, si smorza nel corso degli anni: ciò che rigenererà il contenuto, la causa della tensione e della ritenzione, sarà quindi soprattutto il rimosso. Contemporaneamente, la compulsione di ripetizione, il ripetere coatto tendente a far rivivere il momento iniziale – eterno ricominciare, eterno ritorno dello stesso –, ridona forza a ciò che si è sbiadito[57].

 

148 Al momento della rottura della continuità, l’individuo è interdetto: si trova posto al cospetto di qualcosa che lo terrorizza e lo affascina. L’imposizione del divieto è una ripetizione coatta, così come lo è l’imporre il godimento. Il divieto fondamentale è quello della continuità.

 

149 La rottura della continuità istituisce due estremità. In rapporto all’essere che avviene, la prossimale è lui stesso, la distale è la madre; tra le due estremità c’è il vuoto. Sono stati i mistici[58] che, senza che ciò sia stato un loro scopo cosciente, hanno descritto al meglio come si è presentata loro tale rottura. Benché agivano e agiscano senza percepire la madre (il non detto fondamentale, l’ineffabile), ciò a cui essi mirano ed evidenziano è il fatto che la rottura pone la madre in una totale estraneità, in un dominio estraneo, in un mistero terrificante e affascinante: il sacro, o come più profondamente l’ha definito Rudolf Otto, il numen[59]. Il discorso mistico è quello che meglio esprime la situazione confusionale nella quale ci getta la rottura[60].

L’importanza della testimonianza dei mistici risiede nel fatto che essi espongono un vissuto totale, concernente, cioè, sia quel che si designa con corpo, sia quel che si designa con anima, psiche, interiorità. Tuttavia, nel corso del tempo, si è imposta la tendenza a privilegiare i fenomeni psichici al fine di razionalizzare. Per questo il discorso mistico, propriamente detto, è stato abbandonato a favore del discorso filosofico, poi psicologico. Permanendo l’ontosi, il discorso mistico non può, però, in alcun caso, essere puramente e semplicemente abolito.

 

150 La nozione d’energia ha ugualmente per origine questo momento di rottura. Infatti, è proprio quando avviene la rottura che si può percepire quel qualcosa di potente che normalmente ci lega alla madre, e che più tardi si definirà energia. D’altronde, il più delle volte, questa si mostra proprio a partire dai fenomeni di separazione, di fissurazione che sono altrettanti supporti per rivivere il momento della rottura.

La nozione di energia di fusione apparirà più tardi: potrà servire da supporto per il desiderio di fondersi con l’essere amato (un sostituto della madre); fusione dalla quale si suppone che l’essere che si fonde acquisterà una nuova energia. Tuttavia ciò evidenzia la confusione (tesi 156).

 

151 Diversi elementi, sia naturali che sovrannaturali, sono serviti da supporto al numen, al fine di poterlo apprendere; nel corso dei secoli, ciò è avvenuto con la magia, con la mistica, con la religione[61], con la filosofia e con l’arte, poi con la scienza, in particolare con la scienza sperimentale, con l’economia politica e ora con la virtualità. Nel corso di ciascuna di queste fasi, nessuna delle quali ha eliminato la precedente, e attualmente possono coesistere, si sono date, contemporaneamente, una pratica, come i riti o la sperimentazione, e una teoria.

 

152 La via (Maat, Magga, Sharia, Tao etc.) è quel che deve consentire di riallacciare le due estremità della rottura e permettere di superare la discontinuità[62]. La via è un supporto per esprimere la continuità che s’intende ristabilire.

Il pellegrinaggio (spesso visto come ritorno alle fonti) è come una traversata dello spazio di separazione, e questo, presumibilmente, consente al pellegrino di raggiungere se stesso, nel tentativo di pervenire al proprio essere originario.

 

153 Soggetto e oggetto sono posti come tali dall’instaurarsi della separazione, a causa della rottura della continuità. La separazione fonda un qualcosa come oggetto poiché pone questo innanzi all’essere che avviene il quale, parimenti, è fondato come soggetto[63].

Così, ciò da cui si proviene nell’immediato si trova posto innanzi a noi: la madre, oggetto terrificante e affascinante[64], il quale, misticamente, sarà trasformato in soggetto trascendente: dio. Si fonda qui la tematica della presenza, in quanto potenza di affermazione della realtà di un essere posto come sovrannaturale, che, a sua volta, è sia fuori di noi che in noi. Questo costituisce il fondamento dell’instaurazione della confusione (presenza di un angelo, di un’entità qualsiasi, o semplicemente di una voce) ma anche della dinamica della presentificazione, della riattualizzazione dell’insorgere della presenza[65].

 

154 La rottura della continuità ci spinge a porre l’altro come oggetto allo scopo di manipolarlo e, originariamente, di renderselo favorevole.

Oggettivare è rendere afferrabile ciò che non è più vissuto, percepito nella sua immediatezza. In questa dinamica, oggettivare è mediare.

 

155 Il discorso mistico tende a eliminare la rottura della continuità supponendo che non vi sia differenza tra il soggetto e l’oggetto, tra l’interno e l’esterno: illusione derivata dalla confusione. Ciò che si è avverata è stata una rottura della continuità tra soggetto e oggetto, interno ed esterno. Porre la loro identità significa ripetere coattivamente la confusione primordiale. Dobbiamo, invece, affermare che c’è naturalmente continuità tra ciascuno degli elementi accoppiati, e quanto affermato, in suddetta rappresentazione, va vissuto. Questo passaggio è incluso nella totalità del movimento di uscita dall’ontosi.

 

156 Il discorso del mistico si dispiega a partire dall’oggetto, a partire dal suo sentimento della realtà di quest’oggetto: numen, orenda, mana etc. Il desiderio di non differenziazione, e di non separazione dall’oggetto, implica una fusione con esso, in definitiva una fusione con la madre.

Nei mistici il trauma della separazione non è stato pienamente occultato. La loro ferita (gli scorticati vivi) appare sempre viva.

Ogni fusione[66] è una confusione.

 

157 Il mistico tende a eliminare i prodotti risultanti dalla rottura della continuità: l’inconscio e la coscienza. Egli cerca di realizzare in sé il vuoto, cerca di essere niente, se non un contenente che aspira al contenuto divino. La sua dinamica consiste nell’abolirsi per accedere all’essere. Realizzando la dipendenza suprema, il mistico è, soltanto in virtù della grazia divina. Si tratta di una mistificazione in cui trionfano l’illusione di liberarsi dall’ontosi e quella di sfuggire alla madre.

 

158 Qquesto momento numinoso si situa dopo la nascita, una volta tagliato il cordone ombelicale, e si costituisce grazie alla sintesi[67] dei diversi altri momenti successivi al concepimento (talvolta il concepimento è incluso in essi come ciò che immette nella dinamica della confusione, ma anche se si svolge in modo positivo – il bambino, nel caso, è desiderato – il suo aggiungersi ai momenti successivi, carichi di negatività, aumenta comunque la dimensione della confusione), nei quali il bambino o non è stato accettato o ha subìto delle aggressioni, come ad esempio nei tentativi di eliminazione, o in un intervento medico come l’amniocentesi. Tuttavia, allora, cioè in utero, diversi elementi consentivano al bambino di compensare in modo immediato, e lo rassicuravano: cordone ombelicale, liquido amniotico, parete dell’amnios, placenta[68].

 

159 Questa sintesi suscita, inoltre, la passione per l’analisi, la volontà di comprendere, di interpretare e rafforza il bisogno di un’ermeneutica. Si tenta costantemente di interpretare-spiegare ciò che abbiamo subìto all’inizio della nostra vita. Si rielabora ininterrottamente un’interpretazione in funzione delle conoscenze acquisite, rendendo in tal modo sempre meno percepibile il momento iniziale.

 

160 Ogni momento di discontinuità è vissuto come una nascita. Ora, così come avviene nel corso della nascita, l’individuo traversa una fase in cui avverte il rischio di sparire, momento che interpreta, retrospettivamente, come un rischio di morte: ne risulta che ogni momento di discontinuità è pensato o vissuto come una morte, seguita da una nascita, grazie alla purificazione apportata dalla morte dell’essere anteriore. Qui risiede uno dei fondamenti del desiderio di resurrezione che è un desiderio di sfuggire all’ontosi, grazie, ovviamente, alla purificazione attuata da questa morte. Il desiderio di morire si presenta ugualmente come desiderio di sfuggire totalmente alla sofferenza, di accedere alla rimozione integrale.

 

161 L’iniziazione è la ripetizione coatta del trauma iniziale, della rottura della continuità; da ciò deriva il suo carattere estremamente violento. La morte può essere concepita, volendola vivere, come l’iniziazione suprema.

 

162 L’individuo può sentire la morte come una dissoluzione dell’essere, come una separazione da sé, per sopprimere la sofferenza. Così facendo si sottomette alla compulsione del ritorno a uno stadio precedente, alla tendenza alla regressione, al fine di pervenire a un momento antecedente il concepimento nel quale non c’è stata sofferenza. In questo caso, l’individuo può regredire fino a un essere anteriore di cui è la reincarnazione. Per passare da questo a quello, una morte è, però, stata necessaria. Si tratta della morte dell’essere anteriore e non della morte dell’essere in stato di regressione. Questo non è dunque morto e può scongiurare e dissolvere la sofferenza di cui la morte è la potente metafora essendone la punta estrema.

Tutto ciò fonda la polisemia del concetto di morte ed esprime l’immensa confusione dell’essere ontosico[69].

 

163 Ciò che terrorizza e getta nello sconforto, che affascina e attira, è la madre, nella sua dimensione ontosica e nella sua dimensione naturale. Qui risiede l’unione di ciò che è razionale e di ciò che è irrazionale[70]. Infatti, c’è qualcosa d’inconcepibile, d’ineffabile, di totalmente estraneo, che si cerca d’interpretare con l’aiuto delle categorie di razionale e d’irrazionale.

 

164 Nel corso della vita, consciamente e inconsciamente, l’individuo tenta di separare il razionale dall’irrazionale: cerca di discernere. Qui si fonda una certa confusione tra separare e discernere. Il tentativo di distinguere, per meglio percepire, diviene supporto per ripetere coattivamente la separazione.

 

165 La collera e il senso di colpa sono due operatori che spiegano il momento traumatico della non accettazione. Il bambino è portato a pensare che il suo non essere accettato sia legato alla collera materna causata dal suo stesso comportamento. Nulla potrebbe spiegare il rifiuto materno se non il fatto che in lui ci sia un vizio, un difetto, dunque una colpa.

 

166 Non c’è causalità (colpevolezza) se non c’è discontinuità.

 

167 Anche i sentimenti di vergogna e di umiliazione si radicano in questo momento. Si ha vergogna e si è umiliati perché non si è accettati e amati.

La vergogna è un’espressione acuta, pungente dell’ontosi che è una onta*: la non accettazione di sé, fondamento del rifiuto, del denigramento, dell’odio di sé.

La rivendicazione della dignità è una compensazione all’umiliazione.

 

168 A causa della confusione, l’essere che avviene percepisce la madre come qualcosa di difficilmente decifrabile, e come un essere misterioso generatore di terrore, angoscia e fascino. In questa stessa percezione si fonda una parte della dinamica dell’essere emergente dal caos. La percezione della madre come generatrice di diversi stati, confermerà la sua dimensione mediatrice.

La madre sentita così, in quanto numen, sarà il supporto del concetto di dio[71], che istituisce a sua volta l’odio delle madri e la loro adorazione. Di fronte a questa madre numen, il bambino piccolo si sente totalmente sminuito e avverte che gli s’impone una totale dipendenza.

 

169 Le mestruazioni, nello loro evidenza, fondano la donna come un essere misterioso e irrazionale che sanguina senza avere una ferita. Quest’appercezione del fenomeno riattiva l’impronta del carattere pericoloso, terrifico della madre: di ciò che vieta.

 

170 Il bambino piccolo, al cospetto di ciò che lo affascina e lo terrorizza, perde la propria sostanza ed è riempito soltanto dal flusso di vita  – ciò da cui proviene –,  che, non potendo più scorrere a causa della rottura della continuità, genera ritenzione. Il bambino aspirerà, dunque, a ricevere un’altra sostanza, come un’altra vita, da parte di quel che più tardi sarà vissuto come numen. Questo fenomeno è complementare al fenomeno dell’identificazione, ed entrambi sono alla base della transustanziazione[72] (cfr. tesi 87), ma esso serve parimenti da supporto alla pratica dell’iniziazione: accesso alla vita culturale.

 

171 Nella madre, ciò che appare totalmente estraneo e che fonda l’estraneo familiare è la sua ontosi, percepita inoltre come qualcosa d’artificiale, che palesa un artificio.

 

172 Per essere accettato il bambino ricorre all’artificio, e questo rende possibile il dispiegarsi della cultura in generale, dell’arte in particolare, e lo stornamento della tecnica. Dopodiché, in funzione di questa impronta, non si è più in grado di raggiungere l’altro in modo immediato ma soltanto tramite un raggiro (interiorizzazione dello stornamento). Inoltre, è possibile fingere, in particolare mimando il comportamento parentale – fenomeno incosciente –, non soltanto per essere accettati dai genitori, ma per fare in modo che essi si svelino. È la dinamica della furbizia.

Il grave pericolo che la furbizia racchiude è la perdita dell’immediatezza, della spontaneità.

Agire d’astuzia implica lasciare l’immediato col fine di non affrontare direttamente ciò che ci minaccia e potere, se occorre, tendere una trappola.

 

173 Due fenomeni presiedono alla ricomparsa di un vissuto rimosso. La reinstaurazione, ovvero la riaffermazione, la restaurazione dello stato ipnoide e dello stato isteroide dovuti sia all’evanescenza della realtà, che ha perso il suo significato per l’individuo, sia a una sorta di fenomeno d’isteresi, di elasticità, che tende a imporre di nuovo ciò che si era prodotto un tempo ma che allora non aveva potuto completarsi data la rottura traumatica.

Nel corso di questa reinstaurazione, l’individuo assume un comportamento che può farlo sembrare uno zombie e, nello stesso tempo, può sperimentare dolori di cui non percepisce l’origine ma di cui avverte il ritorno periodico.

 

174 Nel secondo caso, con la riemersione del rimosso, l’individuo, per così dire, esplode e si trova in discontinuità con ciò che vive. Molto spesso, però, tale fase esplosiva non ha il tempo di dispiegarsi perché c’è rimozione; non resta, allora, che una piccola discontinuità nel discorso, o nel comportamento dell’individuo, che non si accorge, ma che coinvolge l’ascoltatore mettendolo a disagio e provocando, talvolta, anche in costui, una riemersione.

 

 

 

 



[1] Il corsivo intende segnalare i concetti fondamentali, definiti sia immediatamente che nel corso delle tesi. La maggior parte dei concetti sono mutuati, anche se includono nuove determinazioni. Altri sono nuovi e devono essere fondati.

[2] Attitudine a porsi in quanto momento di emergenza e di unità percepibile del fenomeno vita.

[3] Jean-Pierre P., col quale ho intrapreso un cammino, mi ha fatto notare l’insufficienza dell’espressione “repressione parentale”: all’inizio, da parte dei genitori, ci sarebbe piuttosto un’aggressione. Immediatamente, ho percepito la correttezza di questa profonda riflessione e la sua coerenza con la mia affermazione circa la violenza originaria, ma subito ne ho notato anche la confusione. Infatti, l’osservazione patisce di un’insufficiente percezione del fenomeno stesso della repressione, derivante dal rifiuto della manifestazione della naturalezza del bambino, cosa che, dal polo di vita di costui è vissuta come aggressione. Il fenomeno dell’aggressione è dunque incluso nella repressione parentale (cfr. in particolare la tesi 4). Parlare direttamente di aggressione significa affermare che il bambino non è un aggressore, o un assassino-nato, e che ciò che è negativo sta piuttosto dalla parte dei genitori. Questo è incontestabile, ma significa anche far portare un carico ai genitori che, in genere, non si comportano intenzionalmente da aggressori nei confronti dei figli (cfr. tesi 4 e 9). Inoltre, speciogeneticamente, all’origine non funziona così. Per questo è necessario effettuare un’indagine relativa al generarsi, all’interno della repressione, dell’aggressione e poi della sua autonomizzazione. Non si è avuto un semplice trasferimento dell’aggressività, operante nelle altre specie, nella relazione genitori-figli. Di conseguenza, mantengo il termine “repressione” senza aggiungervi  “aggressione” come pensai di fare, per un certo tempo.

[4] Sostituendo ontosi a psicosi posso completare la presente definizione con quella data in «Invariance», serie V, n°1, p. 34. Tuttavia la sua enunciazione soffre di una mancanza di precisione: la coscienza, come l’inconscio, sono dati ontosici. L’essere naturale non conosce che processi consapevoli e processi inconsapevoli, come verrà esposto nel seguito delle tesi. Ma ecco la definizione: «La psicosi è l’insieme dei meccanismi che permettono all’individualità del bambino, che tenta di sopravvivere, di adattarsi alle condizioni di domesticazione che gl’impongono i genitori, di adattarsi alla psicosi che li rende incapaci di accoglierlo, tanto ne sono ossessionati, preoccupati, assillati dalle loro carenze affettive. È la perturbazione fondamentale della presa di coscienza, vale a dire il processo mediante il quale emozioni e sentimenti arrivano alla consapevolezza: vi è, cioè, un impedimento della continuità, una deviazione, uno stornamento del fenomeno naturale, con formazione di aggregati: le emozioni, le sofferenze non pienamente vissute e non giunte alla consapevolezza».

La speciosi è un fenomeno isomorfo che riguarda la specie.

*Ripetizione coatta (rejouement)  nel senso di coazione a ripetere determinati comportamenti (Ndt).

**Riemersione (remontée) di contenuti inconsci rimossi (Ndt).

[5] In seguito mostreremo che la dinamica della riemersione s’innesta su un fenomeno naturale.

[6] Forcludere e scotomizzare hanno un senso prossimo. Cfr. la nota 107 dell’articolo seguente.

[7] Copertura (recouvrement), ovvero occultamento (Ndt). Questo concetto sarà meglio definito e ampiamente sviluppato nella seconda parte: Divenire dell’ontosi.

[8] La paura dei neonati è, se non più forte, almeno uguale a quella delle madri. Entrambe si radicano nel momento primordiale della rottura della continuità. Il complemento della prima si afferma col tema del bambino salvatore, come si ritrova nei culti di Dioniso, di Osiride, di Krishna, o nel culto di Gesù. Questi culti operano in diversi periodi e in diverse aree geo-sociali, e segnalano i tentativi di liberazione-emergenza agiti dalla specie.

Ogni bambino agisce, inconsciamente, in qualità di bambino salvatore: da ciò deriva, almeno per l’area occidentale, l’importanza del culto di Gesù.

La tesi del bambino-re, al quale si concede tutto, per il quale si compera tutto, sembrerebbe smentire quel che è appena stato detto. Al contrario, ne è invece la piena conferma. La regalità del bambino, infatti, è quella del consumo – e dunque del capitale – di cui i genitori sono gli schiavi, e la cui piena realizzazione si attua con l’intermediazione del bambino il quale, proprio attraverso tale mediazione, è sacrificato, nella sua naturalezza, sull’altare del consumo.

[9] Risultante dalla dinamica di copertura segnalata alla nota 6. L’essere ontosico è un essere di copertura.

[10] Cioè rifiuto cosciente e accettazione incosciente. Spesso può accadere che si abbia, nel corso della vita, un’inversione della polarità cosciente-incosciente, e ciò traduce la confusione posta alla base della struttura dell’essere ontosico, e i tentativi di completare un processo, di giungere a una presa di coscienza del vissuto.

[11] Il concetto di engramma è simile, anche se trovo quello d’impronta più espressivo e pregnante, tanto più che può essere messo in continuità con l’antica credenza in un destino che sarebbe stato improntato, o impresso (è scritto!), in noi, dalla sorte.

[12] La produzione dell’aseità è, in effetti, il disvelarsi di un contenuto: poiché l’essere deriva da un processo di riduzione-separazione, esso contiene in sé il concetto di sufficienza, anche se non è più in relazione con ciò che lo determinava includendolo in una realtà più ampia. La perdita della relazione è vissuta come fuga da ogni dipendenza. L’aseità presuppone l’autonomizzazione.

[13] Si può definire il come se dicendo che è un operatore, molto spesso, incosciente. Nell’esposizione sull’opera di Alfred Adler, presente nell’articolo successivo, sono sviluppate tutte le precisazioni necessarie relativamente a tale operatore.

[14] Ridiventando come un bambino, Gesù si è esposto alla dinamica del capro espiatorio – dunque ha, totalmente, ripetuto coattivamente –, subendola e consentendo la tenuta dell’ontosi. La celebrazione del suo sacrificio è un’ulteriore attuazione, riviviscenza della dinamica ontosica.

[15] «La violenza appare, si manifesta, qualora si dia rottura di un processo. La violenza permette la rottura, che sia in un ambiente fisico, cosmico o umano». In, Violence et Domestication. À propos du devenir de l’espèce humaine de la communauté immédiate à la communauté émergée du, et intégrée dans le cosmos (Violenza e Domesticazione. A proposito del divenire della specie umana dalla comunità immediata alla comunità emersa da e integrata nel cosmo), «Invariance», serie III, n° 9, 1980.

[16] All’interno di questa dinamica, la dimensione teorica ha una grande importanza: si tratta di percepire come la tematica del riconoscimento palesi l’ontosi e come operi in maniera esteriorizzata in tutto il fenomeno del valore, poi del capitale, nei quali la specie ha concretizzato,  in qualche misura, la propria speciosi.

In questa società-comunità, un comportamento che tende alla liberazione-emergenza necessita, da parte dell’adulto, una conferma piena dell’attività del bambino al fine di disattivare l’impronta del desiderio di essere riconosciuto. Affinché ciò non si riduca semplicemente a un approccio terapeutico, conviene che l’adulto sia ben consapevole di ciò che fa e che si trova nella dinamica di liberazione-emergenza.

[17] Ciò si ritrova in diversi insegnamenti spiritualisti orientali. È un acquisizione notevole che s’evidenzia d’altronde in altri insegnamenti.

[18] Il marxismo ne è un buon esempio.

 

[19] Qui il corsivo non indica una proposta di definizione ma evidenzia l’essenzialità di questi due concetti per quanto riguarda la presentazione dell’ontosi.

[20] L’inconscio, così come lo presenta Sigmund Freud, è una mistificazione. In realtà esso risulta dalla rimozione che si può comprendere tenendo conto del processo di domesticazione del bambino, mediato, all’inizio dalla madre, in seguito, da questa e dal padre.

[21] Karl Marx ha descritto un fenomeno analogo, nel suo studio sul capitale, quando ha esposto la reificazione – i rapporti tra gli uomini divengono delle cose –, e come dalla reificazione si passa alla mistificazione quando tali cose arrivano a determinare le relazioni tra gli uomini. La realtà degli uomini e delle donne diventa un mistero perché è sempre più nascosta.

[22] La pratica dell’innesto è, forse, ciò che meglio esprime l’essenza della cultura, nel senso originale del termine, traducendo cosa si è prodotto, originariamente, con l’agricoltura.

[23] Il movimento del Maggio-Giugno 1968 ha indicato l’esistenza del détournement (stornamento), fenomeno teorizzato dai membri dell’Internazionale Situazionista. In certa misura, con détournement si potrebbe caratterizzare questo movimento giacché il concetto implica sia un ben preciso vissuto in coloro che lo hanno fatto sorgere, che una presa di posizione in rapporto alla riemersione (non percepita) inclusa in detto vissuto, supporto di un rivissuto incosciente. Non è un caso se, durante la fine degli anni Sessanta e durante gli anni Settanta, fu questione del ritorno del rimosso.

S. Freud, sostenuto da tutto un movimento del quale fu inconsapevole, elaborò, alla fine del xix° secolo, il concetto di rimozione. Tutta una generazione in rivolta affermò, più di settant’anni dopo, un altro concetto, quello di détournement, di seduzione, che Freud stesso aveva dapprima espresso, poi rifiutato, senza mai abbandonare completamente. I giovani del 1968 vissero la seduzione attraverso il consumo che intendevano rifiutare. La dimensione della distrazione, come aveva ben sentito Blaise Pascal, è inclusa nel détournement e i giovani si mistificarano da sé giacché si divertirono stornando.

Per comprendere a fondo l’importanza di questo movimento è obbligatoria e necessaria un’indagine approfondita del concetto di détournement. Ciò permetterebbe di esporne il contenuto insieme ai limiti della teoria di S. Freud.

Si può considerare l’erranza di Homo sapiens e la sua auto-domesticazione come l’effettuazione-vissuto di uno stornamento.

 

Détourner è un vocabolo con differenti sfumature di significato. Si può tradurre, in questo caso, con “stornare”.

Cfr. S. Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana, Utet, To, vol. xx, p. 237:

-Rimuovere un male, facendo in modo che cessi o che si attui un fatto o una situazione ritenuti dannosi, fastidiosi o pericolosi; revocare gli effetti negativi di un’azione; impedire, ostacolare;

-Rimuovere, far cessare o tenere lontano uno stato d’animo grave o penoso o un sentimento pericoloso.

-Indirizzare altrove, deviare, in partic. volgere in un’altra direzione lo sguardo, il volto; scostare, respingere.

-Allontanare qualcuno da un luogo o da una persona, respingere.

-Deviare o lasciare cadere il discorso, eludere una domanda un’inchiesta, un argomento, allontanare da sé o da altri un sospetto.

-Far volgere altrove, distogliere l’attenzione, la mente, il pensiero dall’oggetto a cui sono intenti.

-Far recedere, far desistere da uno stato d’animo, da un’opinione, da un pensiero, da un comportamento, da un’abitudine, dissuadere da un proposito, distogliere da un’occupazione, distrarre.

-Stravolgere, sconvolgere.

-Muovere all’indietro, retrocedere senza voltare le spalle al punto di partenza, ritornare sui propri passi, essere spinto violentemente all’indietro o all’ingiù, rifluire.

-Ritornare indietro nell’attuazione di un progetto, in un’azione, in un’impresa.

-Regredire.

-Fuoriuscire dal proprio letto (fiume), andare vagando per diporto, uscendo dal percorso più breve; perdersi moralmente.

-Desistere dal fare qualcosa, distogliersi da un’attività, da un’occupazione, recedere da un’opinione; venire meno (virtù).

-Trasformarsi.

-Devirare.

Nel dizionario francese  il Boch. Quarta edizione, Zanichelli, To, 2000, il suddetto termine è tradotto con:

Volgere. Voltare dall’altra parte. Deviare. Sviare. Evitare. Dirottare. Distogliere. Dissuadere. Allontanare. Sottrarre.

Aggiungiamo alla succitata lista anche raggirare per tourner autour de, nel senso di girare intorno, prendere in giro, circonvenire, abbindolare, perché questo palesa il processo fisico col quale l’essere è stato stornato (Ndt).

[24] Nella dinamica naturale lo scopo non è esclusivo e non si trasforma mai in un’idea fissa.

[25] L’omicidio di un bambino prima che compia due anni, prima della fine dell’apto-gestazione, è, in effetti, un aborto. Tutti i traumi, determinati nel bambino dalla non accettazione della sua naturalezza, inducono turbe che hanno la dimensione dell’aborto.

Adottare un bambino implica che il processo naturale è abortito. Reciprocamente, il desiderio da parte del bambino di essere adottato palesa la sua percezione di questo stesso fenomeno, al quale vorrebbe sfuggire.

[26] Un gran numero di attività della specie possono essere un supporto per rivivere lo stornamento. Alcune appaiono direttamente come tali. Il sedicente allunaggio degli americani, nel 1969, ha operato come un immenso raggiro.

[27] L’erranza risulta dall’aver adottato una dinamica vitale che allontana la specie dalla realizzazione del suo piano di vita, piano che, per Amadeo Bordiga, era il comunismo. Cfr. Errance de l’humanité. Conscience répressive. Communisme (Erranza dell’umanità. Coscienza repressiva. Comunismo), «Invariance», serie II, n° 3, 1973.

Si può definire il piano di vita, sia a livello dell’individualità che della specie, come un insieme di conoscenze e di condotte che permettono il posizionamento,  l’affermazione e il divenire nel cosmo.

[28] La pratica dell’innesto è in tutta evidenza uno stornamento contenente la dimensione dell’aborto, giacché lo sviluppo dell’innesto implica l’aborto del porta-innesto. Si presenta come un supporto per afferrare ciò che abbiamo subìto e che è stato riattualizzato diverse volte per mezzo dell’educazione. La metafora dell’innesto è utilizzata da certuni biologi per descrivere il processo di gestazione. Essi esprimono così il loro assillo.

[29] Posso indicare, parimenti, Anne Ancelin Schützenberger e Nina Canault, per segnalare i teorici e le teoriche di cui ho letto almeno un’opera. In effetti, il loro numero è certamente notevole ma molti mi sono sconosciuti (sconosciute).

[30] Questo è stato efficacemente teorizzato dal buddismo e da certe scuole induiste.

[31] «La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi e proprio quando sembra ch’essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; ne prendono a prestito i nomi, le parole d’ordine per la battaglia, i costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste a prestito la nuova scena della storia». Karl Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, in K. Marx-F. Engels, Opere scelte, Editori Riuniti, Roma, 1979, pp. 487-488.

Dispotismo del passato, timorosa dipendenza, vita sociale come rappresentazione teatrale, necessità di destreggiarsi (furbizia), ripetizione coatta e scongiuro (esorcismo), riemergere del vissuto, dinamica del farsi accettare, incorporazione di un contenuto estraneo, impossibilità di posizionarsi, sono altrettante componenti dell’ontosi-speciosi, significate senza essere percepite né poste all’interno di un’indagine cognitiva concernente il divenire individuale degli uomini, delle donne e della specie.

[32] La depressione si palesa come il malessere psichico attualmente più diffuso. Essa è sempre stata profondamente temuta. Sul piano economico, ad esempio, è temuta soprattutto la deflazione che genera depressione, come avvenne con la Grande Depressione del 1929-’33, la quale fu, per milioni di uomini e donne, un supporto per rivivere, senza consapevolezza, il momento in cui si era imposto il tipo di depressione di cui parlavamo poc’anzi.

[33] Il desiderio di ritrovare la facoltà di posizionarsi si può intravedere nel fascino che esercita la relatività, sia quella esposta da Galileo Galilei che quella proposta da Albert Einstein. Il dibattito su geocentrismo ed eliocentrismo ne è un’altra espressione, allo stesso modo della tematica del trovare il posto a, che riguardi la specie, il nostro pianeta, il sistema solare etc.

[34]  Il terrore che un qualsiasi tipo di terremoto genera, deriva dall’evocazione di questo momento.

[35] Da qui discende il fascino che esercitano lo specchio rotto,  in cui ogni frammento riflette sempre l’immagine intera, e i  frattali.

[36] In tedesco il termine Geworfenheit (Martin Heidegger) significa anche derelizione. Infatti l’esser-gettato (Geworfenheit), [letteralmente, gettatezza. Ndt] è il processo che conduce allo stato di derelizione, mentre Hilflosigkeit (derelizione) indica il fenomeno che si realizza. Tra i due c’è continuità.

[37]  La dinamica di compensazione presenta uno sviluppo simile alla dinamica di liberazione-emergenza che esporremo, brevemente, alla fine di queste tesi.

[38] Il movimento rivoluzionario, in particolare quello proletario, ha agito da meccanismo compensatore al divenire del capitale; l’integrazione del proletariato, poi la sua evanescenza, ne hanno permesso in seguito la piena autonomizzazione.

La deforestazione ha provocato la perdita del meccanismo compensatore, garantito in natura dalla foresta, da qui deriva l’autonomizzazione di diversi fenomeni meteorologici.

[39] Si può dire che denegare è negare in modo attivo una negazione subita, passiva. La voce denegazione può essere efficacemente impiegata, anche perché denota chiaramente, letteralmente, l’idea del rifiuto di una negazione, ma è già utilizzata in psicoanalisi per designare l’atto col quale «il rimosso è riconosciuto in maniera negativa, senza essere accettato». Dictionnaire de la psychanalyse, p. 209. Gli autori, E. Roudinesco e M. Plon, ne danno un esempio con la frase «non è mia madre», pronunciata da un soggetto a proposito di un sogno. La riemersione mostra l’evidenza del rimosso, ovvero di ciò che è stato vissuto. Di conseguenza, la rimozione s’impone immediatamente, e si verifica tramite una denegazione che è,  in effetti, la riaffermazione di una negazione, normalmente incosciente.

[40] Nell’Etica, Baruch Spinoza, che dà una definizione della perfezione a cui somiglia la nostra, afferma questo: «Per realtà e perfezione intendo la stessa cosa», Parte Seconda, Definizione vi, p. 130, Utet, To, 1988.

Ciò mi sembra profondamente giusto e mi consente di dedurre che l’essere ontosico è un essere irreale, cosa che a suo modo, sostiene parimenti A. Janov.

*In francese penser (pensare) è quasi omofono a panser (curare, medicare). Non così in italiano. (Ndt)

[41] I concetti della filosofia, come quelli della religione, all’origine sono derivati da quelli della medicina, come mi fece notare François Bochet. Alla base di tutte le rappresentazioni si trova la terapia. Salvezza e salute sono concetti isomorfi. A proposito del diritto, si tratta della terapia necessaria per curare i disturbi generati dallo sviluppo del movimento del valore, poi del capitale. Ora, essendo data l’antropomorfosi del capitale, l’introduzione del diritto, con la mediazione dell’etica (altra terapeutica), si verifica in tutte le attività della specie, nell’attività scientifica, particolarmente, e specialmente in biologia. Nel caso della medicina c’è un raddoppiamento: la terapia ha essa stessa bisogno di una terapia.

[42] Il Tu sei quello, tat tvam asi, degli indù, risulta molto probabilmente da un fenomeno simile. L’asi mi evoca l’aseità.

[43]  Pierre-François Moreau, esponendo la filosofia di B. Spinoza, scrive: «[…] i modi, come Dio, producono spontaneamente; non hanno bisogno di una forma per attuare la propria potenza». Spinoza. Écrivains de toujours, Seuil, p. 50. In ciò, Dio non è ontosico : esprime la naturalezza dell’uomo, della donna, e si presenta come il supporto di ciò verso cui essi vorrebbero ritornare. La dinamica del dover produrre una forma, la quale s’impone come una mediazione, è la dinamica dell’ontosi. Cfr. Forme, Réalité, Effectivité, Virtualité, (Forma, Realtà, Effettività, Virtualità, «Invariance», serie V, n° 1.

L’importanza della moda, nella quale la forma tende ad autonomizzarsi, mostra a qual punto la specie ripeta coattamente.

[44] Si rimuove anche la gioia giacché il momento, spesso breve, nel quale essa appare, riafferma, per contrasto, la sofferenza perenne.

[45] Lo stesso fenomeno accade con l’ospitalità. Da notare che ospite designa sia colui che riceve sia chi è ricevuto. Proprio in quanto potenzialmente pericoloso, in quanto straniero, l’ospite è ben accolto. Questo può anche voler dire che l’essere ontosico è un essere estraneo all’individuo, il quale deve ben accoglierlo per scongiurare una minaccia.

[46] In alcuni casi, il supporto è conosciuto con il nome di pretesto.

[47] Ammalarsi, (in francese, cadere malati), si può considerare come una ripetizione coatta della trasmissione dell’ontosi, e innamorarsi (cadere innamorati), la sua riattivazione.

[48] La fisiologia umana mette in evidenza il funzionamento dell’essere ontosico dell’uomo e della donna, e non quello dell’essere naturale. Lo stesso vale per tutte le scienze che concernono direttamente la specie. Così la scienza conferma il divenire ontosico, anche se alcune scoperte lo rimettono in causa.

[49] Le tesi  98 e 100 sono insufficienti per spiegare la speciosi, ma sono necessarie e, in prima approssimazione, sufficienti per chiarire dove questa si articola con l’ontosi.

[50] Concetto esposto chiaramente da Gerda Alexander con l’eutonia, e da Frans Veldman con  l’Aptonomia, presentata come una scienza. (Cfr. Haptonomie  science de l’affectivitè, Éd. puf, 1989).

[51]«Io ho descritto l’introiezione come un’estensione dell’interesse, originariamente autoerotico, al mondo esterno,  mediante l’inclusione dei suoi oggetti nell’Io». Sándor Ferenczi, Il concetto di introiezione, (1912), in Sándor Ferenczi, Opere, Vol. Primo, 1908-1912, Raffaello Cortina Editore, Mi, 1989, p. 177.

L’esistenza di questi fenomeni mostra il sorgere delle mediazioni atte a realizzare ciò che primariamente si dava nell’immediatezza della partecipazione.

[52] Cfr. Simone Weil, L’ombra e la grazia, Bompiani, Mi, 2002.

[53] «Designeremo con virtuale ciò che è proiettato dall’uomo e che non è afferrabile, a guisa di un’immagine virtuale, e, nello stesso tempo, il risultato di tutto un processo tecnico che si traduce con una simulazione». «Invariance», serie V, n° 1, p. 116.

* In francese suona : il rejouement è un  rejeu.

[54] Qui emerge la percezione di ciò che, in precedenza, era puramente dell’ordine dell’invisibile. Ora, percepire ciò che in noi è invisibile rientra nella dinamica di liberazione-emergenza. Attraverso gli studi geologici, la specie esprime la sua speciosi e la dinamica di volersene liberare. Non è un caso che la teoria delle placche s’impose nel 1968, anno in cui si verificò un ampio movimento di disvelamento dell’ontosi.

* In francese esiste una quasi omofonia tra rejouer e dejouer.

[55] «Gli oggetti, inizialmente intermediari tra gli esseri umani, e particolarmente tra genitori e figli, divengono delle mediazioni tra essi – soprattutto a partire dal polo parentale – e, come si verifica costantemente nella mediazione, dominano coloro che sono mediati». «Invariance», serie V, n° 1, p. 20.

[56]«Le dinastie dei re preistorici sono ripartite in periodi di mille anni, al termine d’ognuno dei quali avvengono dei cataclismi. […] La fine della prima [età, Ndt], preannunciata da sinistri presagi, fu segnata da catastrofi quali guerre e pestilenze, che spopolarono il mondo. Gli oggetti si rivoltarono contro i loro padroni». Alfred Métraux, Gli Inca, Einaudi,  To, 1998, pp. 30-31.

[57] Sigmund Freud ha descritto questi fenomeni nella sua teoria della pulsione di morte, in rapporto alla coazione a ripetere, e della pulsione di vita, in rapporto al fenomeno della continuità, il quale, in qualche misura, sembra poter appartenere a ogni uomo, ogni donna. Egli ha insistito sul fatto che la pulsione di morte tenderebbe a prevalere sulla pulsione di vita. Ora, con l’avanzare dell’età, S. Freud non ha fatto che ripetere coattivamente e regredire senza arrivare a vedere. Piuttosto che “pulsione di morte”, sarebbe stato meglio dire “pulsione di regressione”. Il fatto che S. Freud impiegasse morte piuttosto che regressione indica che ciò che si ha tendenza a rivivere è un momento in cui c’è proprio la sensazione di morire.

[58] Ai giorni nostri, ai mistici hanno dato il cambio gli astrofisici e i teorici della fisica quantistica; da qui la produzione di varie rappresentazioni sincretico-mistico-fisiche di grande importanza per ciò che riguarda la rivelazione dell’ontosi.

[59] In termini di astrofisica, si può definirlo “attrattore strano”.

[60] Sigmund Freud stesso vi si è avvicinato quando ha parlato di Unheimlichkeit, particolarità esistenziale in cui il familiare ci appare estraneo, minaccioso. Carl Gustav Jung lo ha espresso mutuando le parole dai mistici.

[61] In Ursprung und Gegenwart. Das Fundament des aperspektivischen Welt. Beitrag zu einer Geschicht der Bewusstwerdung, (che si può tradurre con: Origine e presente. I fondamenti del mondo che ignora la prospettiva. Contributo a una storia del divenire cosciente), Jean Gebser mette in relazione religione con relegere: cioè, ben osservare (come mi ha fatto sapere, l’amico, Andres Loepfe). Tutto ciò mi pare giusto perché religioso è colui che osserva le prescrizioni, mentre chi le disattende, chi le neglige (neglegere), è un empio. La religione implica che vi sia osservanza delle condotte religiose fondamentali. Ciò implica il rispetto e il divieto, cosa che rinvia al numen che inconsciamente l’individuo osserva per tutta la sua vita.

L’osservanza esprime dipendenza e l’essere stati posti in una condizione di spossessamento. La sperimentazione si presenta sia come superamento dell’osservazione, come rifiuto dell’osservanza e come dinamica di accesso alla certezza grazie al dileguarsi del dubbio.

[62] Da notare anche l’importanza della metafora del veicolo, che consente di percorrere la via, nel buddismo: Mahayana e Hinayana.

[63] L’oggettivazione, in questo caso, si può intendere come una proiezione che permette di rappresentare davanti a sé qualcosa di materiale o d’immateriale; la soggettivazione, invece, come ciò che evidenzia l’identificazione, un processo di clonaggio virtuale.

[64] Melanie Klein lo ha chiaramente percepito e, per prima, teorizzato sul piano psicologico. G.W.F. Hegel, L. Feuerbach e K. Marx, tra gli altri, lo hanno fatto, ugualmente, sul piano filosofico.

[65] La parola presenza esprime innegabilmente il vocabolario dei mistici. Nella misura in cui costoro hanno percepito un fenomeno reale, poi mistificato nella rappresentazione, ne conservo il termine con tutta la sua potenza interna, ovvero il fatto che esso non esprime soltanto un’esistenza ma una potenza di manifestazione. Louis Lavelle, citato da André Lalande nel suo Vocabulaire technique et critique de la philosophie, segnala l’esistenza di due sensi della parola “presente”: un passivo, «prae-sum, ciò che è davanti a me, nello spazio e nel tempo», e un attivo, quando «designa, senza dubbio, non un atto che compio, ma una potenza di cui dispongo attualmente e che posso trasformare in atto». E aggiunge: «È il progresso del pensiero filosofico che ci ha obbligati a passare dal senso passivo a quello attivo». Ed. puf, pp. 818-819. In questo caso, i filosofi non hanno fatto che ritrovare ciò che già i mistici avevano affermato.

La tematica della presenza implica quella dell’assenza in quanto non presenza, ma anche in quanto supporto per la percezione della perdita, della morte etc.

[66] Essa si verifica, ad esempio, nella bhakti – considerata come la devozione a un dio, a una dea, che può consistere in un’imitazione di ciò che queste divinità hanno effettuato –, mirante, infatti, alla partecipazione alla divinità, nella quale il devoto si abolisce, per  non essere altro che sostanza divina.

[67] Si attua, in effetti, una somma, una sistematizzazione, una giustapposizione, che tende a completarsi in sintesi.

[68] La placenta, inconsciamente, giocherà un ruolo importante nello psichismo del bambino e dell’adulto. Essa è il supporto, come si vede bene in C.G. Jung, del mandala e di altre espressioni dell’attività dell’uomo, della donna, e come l’espone Lloyd Demause in The fetal origins of history (testo raccolto in internet). Ritornerò, sia nel seguito di questo studio, sia in altri, su tale importante questione (nota di marzo 2001).

[69]  L’estensione-dilatazione dei concetti di morte e di sessualità è isomorfa a quella dell’ontosi e ne è la sua espressione profonda.

[70] Qui, ogni individuo ripete coattivamente il vissuto della specie, a  sua volta affascinata e terrorizzata dai fenomeni naturali significati col temine di natura. Il divenire fuori natura fa della donna il supporto per rivivere l’antico trauma vissuto dalla specie in seno alla natura stessa.

* Similitudine tra ontose e hontose. L’essere ontosico si costituisce nell’onta, nella vergogna. (Ndt)

[71] Per esprimere il sacro, dio, non soltanto nella sua dimensione di pensiero, ma nel suo vissuto intenso, Roy A. Rappoport in Ecology, Meaning and Religion, ricorre al numen di Rudolf Otto e vi aggiunge il nomen (nome, parola). Anche quest’informazione essenziale mi è stata suggerita da Andres Loepfe. Non ho letto il volume di Rappoport ma, attraverso la sintesi, gli estratti, e i commenti trasmessimi dall’amico, trovo quest’aggiunta assolutamente necessaria, come segnalo in una lettera a Piero Coppo del 20 agosto 2000, nella quale lo metto a parte di come intendo questo nomen: «A mio avviso è determinante che la madre parli, sia dotata di parola. È con la parola ch’ella significa tutto ciò che non appartiene al piano di vita del bambino piccolo e che quindi potenzialmente non esiste per lui, tutto ciò che è artificiale, dell’ordine della domesticazione. La parola detiene in questo caso una dimensione di creazione dal nulla, mentre nel caso di dati che sono in rapporto al piano di vita del piccolo, ne è invece la conferma. Da ciò deriva l’ambiguità, la dualità della parola». Aggiungerò soltanto questo, che spiegherò in Divenire dell’ontosi: per il bambino piccolo, la parola manifesta l’immaginazione e la rende evidente, ma anche la negazione e l’interrogazione che le sono legate. Il bambino piccolo ha la possibilità di percepire tutto questo, ma in una dimensione naturale, in una naturalezza. Nello stato di derelizione, ciascun bambino è portato a utilizzare le parole per vivere una discontinuità, l’essenza dell’irrazionale che si rivela nella madre in quanto numen e nomen. (Nota del marzo 2001).

[72] La transustanziazione mostra il fenomeno del riversamento, come fanno l’introiezione (cfr. S. Ferenczi, Il concetto d’introiezione, op. cit.) e l’incorporazione.