AVVISO-DEDICA


  A TUTTI COLORO CHE RIFIUTANO LA SOCIETÀ CAPITALISTICA







Avvisare vuol dire indicare alcune linee direttrici di modo che i lettori di questa raccolta possano orientarsi facilmente nei testi, in quelli precedenti, nei successivi o in quelli che verranno. Avvisare non vuol dire aiutare, ma segnalare i sentieri affinché quanto esposto venga compreso nel modo che sia più vicino al processo di pensiero attualizzato nel corso di questo cammino. Avvisare, dunque, per essere compresi. In seguito il lettore opererà a sua discrezione. Proprio per ciò, all’inizio, non ci devono essere ambiguità. A tale proposito vorremmo che il lettore capisse che leggendo questi testi non si troverà di fronte all’attività di una mera individualità, ma di un'individualità-Gemeinwesen; detto in modo approssimativo, ciò significa che l’autore è inseparabile da un movimento più ampio, da un phylum.


Così facendo, l’autore non può riferirsi a individualità separate, gerarchizzate. Non privilegia nessuno e dedica dunque la presente raccolta a tutti coloro in cui si manifesta la pulsione a respingere questo mondo; pulsione che è una manifestazione della loro Gemeinwesen.


Tra i testi che seguono, due articolano l’esposizione del fenomeno rivoluzionario. Si tratta delle “Tesi provvisorie” (1973) - contenenti un certo numero di anticipazioni che non sono state motivate, sviluppate ecc. - e di “Violenza e addomesticamento” (1980), testo che ho redatto per rispondere alle domande di Natalie a proposito delle tesi di Action Directe.


In questo testo si trovano le considerazioni teoriche che concernono il dominio reale del capitale sulla società e la sua antropomorfosi, ce monde qu'ilfaut quitter [questo mondo che bisogna abbandonare], la morte potenziale del capitale e la rigenerazione della natura, come anche la questione dell’intervento della specie umana sulle altre specie della biosfera.


L'analisi del dominio del capitale (o sottomissione del lavoro al capitale, secondo l’enunciazione di Marx) precede di molto l’apparizione di questo testo. Richiamiamone i punti essenziali: dapprincipio il capitale interviene nel processo di produzione immediata, il cui risultato è il plusvalore incorporato in una merce. In questa fase iniziale si limita a rimpiazzare l’antico rapporto sociale (per esempio quello feudale in Occidente): è il momento della produzione del plusvalore assoluto. Successivamente, attraverso l’utilizzo delle macchine, il movimento del capitale instaura il suo dominio reale sul proletariato: è la produzione del plusvalore relativo. Sulla base dei lavori di Marx fu agevole mostrare che, quasi contemporaneamente, il capitale s’impadronisce anche del processo di circolazione, inteso come momento della mediazione che permette la metamorfosi del quantum di plusvalore in quantum di capitale. L’unione dei due processi costituisce il processo totale di produzione. Il capitale, impadronitosi dei processo di circolazione, tende a dominare in modo formale la totalità del processo produttivo. Per arrivare al dominio reale, esso deve impadronirsi dello Stato, sostituire tutti i presupposti della vita sociale con i propri ecc. Tutto ciò si è realizzato dapprima negli USA, poi in Germania, in seguito, dopo il 1945, si è generalizzato nell’Europa occidentale, e infine progressivamente all’intero pianeta.


Un simile dominio è stato intravisto fin dal 1848, allorché Marx ed Engels scrivevano nel Manifesto del Partito comunista: «Il capitale è un prodotto comune e non può essere messo in moto se non dall’attività comune di molti membri della società, anzi, in ultima istanza, soltanto dall’attività comune di tutti i membri della società»1.


L’analisi del dominio reale del capitale sulla società mostra che il capitale è andato al di là dei propri limiti, effettuando la sua fuga e realizzando la sua piena antropomorfosi.


Posti di fronte a questo divenire del capitale - che implica una subordinazione totale del proletariato -, ne abbiamo dedotto la fine del processo rivoluzione e la necessità di abbandonare questo mondo. Lottare contro il capitale finisce sempre per rinvigorirlo. E inoltre, constatare la situazione attuale della Terra suscita in noi l’idea che occorra rigenerare la natura nella quale la specie umana è compresa.


A proposito della fine del processo rivoluzione, è bene che si tolga di mezzo un’ambiguità. Abbiamo affermato che la rivoluzione prevista da Bordiga non ha avuto luogo, mentre il fenomeno rivoluzionario si. Il nostro scritto “La rivoluzione integra” evidenzia che la rivoluzione procede in definitiva come fenomeno di unificazione delle diverse forze che tendono a minare la società capitalista, ma in quanto fenomeno di dissoluzione.


Infatti tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta tutte le componenti del fenomeno rivoluzionario si sono affermate (vi fu anche la disfatta del più potente centro capitalista: gli USA in Vietnam) ma operando in ordine sparso con un effetto disgregante.


Con questa precisazione possiamo far capire meglio il comportamento della formazione di cui abbiamo fatto parte (la Sinistra Comunista italiana) e particolarmente quello di uno dei suoi principali membri, Bordiga, comportamento che abbiamo mantenuto fino al momento in cui il processo rivoluzione ci è parso concluso.


Richiamiamo molto sinteticamente i diversi momenti: dopo la disfatta del 1914, la Rivoluzione russa rilancia il processo. Ma per il trionfo su scala mondiale, sarebbe stato necessario che i centri capitalisti più potenti fossero colpiti dalla crisi. L’altra possibilità di radicalizzazione derivante da un indebolimento di quei centri consisteva nello sviluppo di ciò che Bordiga chiamava le rivoluzioni impure e nella cui categoria rientravano le rivoluzioni anticoloniali. I due fenomeni operarono, ma non furono abbastanza potenti da riuscire a rilanciare la dinamica rivoluzionaria in Occidente. La Seconda Guerra mondiale potè così realizzare la sua opera addomesticatrice. Tuttavia alla fine del conflitto le due possibilità di radicalizzazione sopra indicate persistevano ancora ma, secondo Bordiga, avrebbero potuto diventare effettive solo se si fosse costituito un raggruppamento radicale operante una vasta riflessione su tutto ciò che era avvenuto, tale da renderlo capace di una previsione rigorosa del divenire sociale. Tale raggruppamento avrebbe poi potuto, quando l’ondata rivoluzionaria fosse salita, costituire il nucleo attorno al quale si sarebbe edificato il partito.


Abbiamo esposto quanto basta le nostre posizioni circa il divenire del capitale, la crisi catastrofica destinata a significare la sua fine, e le diverse rivoluzioni anticoloniali. Così non occorre alcuna precisazione. Idem per ciò che concerne la costituzione di un polo d’intensa riflessione. In ogni caso dobbiamo aggiungere che all’interno della dinamica di fuoriuscita dal mondo da noi adotatta a partire dal 1974 occorre che si sviluppi un polo in grado di resistere al fenomeno di dissoluzione in atto dalla fine degli anni Settanta. Ciò può avvenire perché durante la fase precedente, dalla metà degli anni Cinquanta fino allo scoppio di questo fenomeno, un gruppo di riflessione era già operante. L’esigenza che s’impone ai suoi continuatori è non solo di operare con grande radicalità, ma di aprirsi ai diversi possibili di un’altra dinamica. Esigenza che abbiamo già segnalato in un articolo sul movimento di Maggio-Giugno ’68: "Prospettive”2, così come in "Discontinuità e immediatismo”3 , testo che tratta della questione del comportamento che i membri di un tale gruppo dovrebbero avere rispetto ai diversi fenomeni di contestazione, radicali ma parcellizzati.


Assodata la pregnanza della teoria del proletariato, abbiamo vissuto, sia direttamente sia indirettamente attraverso i nostri predecessori, la fase che va dal 1914 al 1974 cercando di capire come diversi fenomeni economici e sociali avrebbero potuto favorire una riformazione rivoluzionaria della classe proletaria e dunque del partito. Non ci si è preoccupati di comprendere questi stessi fenomeni nella prospettiva:


1) di un'integrazione del proletariato e dunque della sua evanescenza rivoluzionaria;

2) dell'emergenza di un altro comportamento di questa classe suscettibile di prefigurare quello di una parte più o meno vasta dell’umanità.


Per ciò che concerne il primo punto, sono state spesso rilevate la perdita del carattere rivoluzionario del proletariato, la sua evanescenza come classe ecc.. ma queste constatazioni non sono mai state integrate in una dinamica esplicativa che potesse lasciar intravedere il divenire di un’altra dinamica pratica.


Spesso sono servite unicamente a indurre i sostenitori conseguenti della teoria del proletariato a esplorare i diversi possibili di una riaffermazione di questa classe. Bisogna notare che, molto spesso, coloro che facevano queste constatazioni continuavano a richiamarsi alla teoria del proletariato. Arrivati allo stadio attuale, ventun anni dopo aver proclamato la necessità di lasciare questo mondo, dobbiamo riesaminare tutti gli avvenimenti storici dal 1914 al 1974 in un'altra prospettiva (complementare alla precedente), non per riscrivere la storia e negare puramente e semplicemente ciò che avevamo affermato prima con passione, ma per evidenziare l’insorgenza di un altro comportamento che possiamo scoprire attraverso due importanti manifestazioni: l'abbandono della lotta frontale e la ricerca di un'unione con la natura.


Questo necessiterà di uno studio storico approfondito. Per il momento indichiamo solo che all’inizio si trova il grande movimento di rifiuto della guerra, specialmente nel corso del ' 17, designato sotto il nome di pacifismo, che tende ad abbandonare la lotta frontale.


Un tale abbandono si riscontra anche nel movimento di occupazione delle fabbriche in Italia nel ’20. in Francia nel ’36, poi nel ’68. Da notare che nel ’36 si manifesterà egualmente una tendenza a fuggire da questo mondo e un andare verso la natura. Tale tendenza si era già manifestata in Germania dalla fine del XIX secolo e in Francia, con un’estensione minore ma in modo molto radicale.


Queste due componenti (rifiutare lo scontro armato e andare verso la natura) si ritrovano in vari movimenti che spesso non concernono la classe operaia, come gli hippies negli USA. La prima componente è fortemente affermata nel sollevamento del Maggio-Giugno '68, nella Rivoluzione dei garofani in Portogallo del ’74 e nel movimento degli studenti italiani del ’77. Quanto alla seconda, essa opera in seno al movimento contestatario tedesco, statunitense e francese post-sessantottesco. Quest’attenzione al sorgere di un altro comportamento va al di là del contenuto dell’articolo “Violenza e addomesticamento” che compie una sintesi sia di questioni trattate prima, sia di altre abbozzate successivamente, in particolare anticipa “Emergenza di Homo Gemeinwesen"4. Essa offre un’idea della rappresentazione da noi sviluppata a partire dal momento in cui abbiamo riconosciuto che il processo rivoluzionario era concluso. È un testo che fa il punto della situazione così come emerge al momento della dissoluzione del fenomeno rivoluzionario. Adesso dobbiamo spingerci oltre e spiegare quella che dev’essere una dinamica di uscita da questo mondo che ha obbligatoriamente i suoi presupposti storici. Lo studio di questi ultimi rivelerà la manifestazione del nuovo comportamento evocato sopra.


Parallelamente dobbiamo ricercare ciò che ha bloccato lo sviluppo teorico. Infatti Marx non portò a termine la stesura del Capitale. Numerose ipotesi sono state avanzate per spiegare questa incompiutezza. A nostro avviso la causa risiede nell’attaccamento di Marx alla teoria del proletariato. Infatti, secondo i testi, che Marx stesso pubblicò, il limite del capitale è il proletariato. Nei Grundrisse egli arriva alla conclusione che il capitale può superare i suoi limiti e quindi integrare la classe che lo genera e rendersi indipendente. Di conseguenza Marx cerca un fattore atto a rinforzare-radicalizzare il proletariato che, in Inghilterra - centro nevralgico del mondo capitalista - è opportunista e si accontenta di ciò che c’è. Lo vede in Russia, nei contadini che potrebbero sollevarsi contro lo zarismo, abbatterlo e innestare sull’Obščina le conquiste tecniche dell’Occidente, indebolito il quale la rivoluzione si potrebbe dispiegare. La prospettiva era di saltare lo stadio del modo di produzione capitalistico per ciò che concerne la Russia e abbreviare il suo sviluppo in Occidente. La grande angoscia di Marx è che il capitale arrivi a svilupparsi pienamente. Ma perché questo salto venga fatto in Russia occorrono diverse condizioni della cui presenza Marx non è sicuro. Egli non vi si può quindi affidare totalmente e d’altra parte non può abbandonare la teoria del proletariato, il quale, per il momento, appare come un agente rivoluzionario decisivo. Di conseguenza non arriverà a terminare la sua opera, la cui conclusione è che il capitale può superare tutte le contraddizioni. A questo proposito concepiamo anche il limite della teoria che afferma che la società comunista si trova già racchiusa in quella capitalista, o meglio che è quest’ultima a generare la prima. Gli eventi dall’inizio di questo secolo hanno mostrato che nella dinamica di accesso del capitale al dominio completo sulla società, si produce un fenomeno di socializzazione (fase del socialismo in un solo Paese). Una volta realizzato, cioè una volta edificata la comunità materiale, vi è la distruzione di tutto ciò che poteva operare come base per la realizzazione della società comunista. In una certa misura si è avuto un omi-cidio dei morti con la liberalizzazione integrale (smantellamento di tutte le forme di socializzazione, soprattutto sotto la sua forma mistificata: la nazionalizzazione). Da allora ciò che era descritto come società comunista si trova sempre meno allo stato embrionale nella società-comunità del capitale. Da qui l’evanescenza di un argomento che giustifichi l’ineluttabilità del suo avverarsi.


Ritornando a Marx, notiamo ch’egli rifletteva in un momento in cui esistevano diverse possibilità. Non riuscì ad andare al di là di ciò. Per questo sarebbe stato necessario porre con maggior forza la necessità del comunismo come necessità della specie. In tal modo, egli avrebbe potuto superare la teoria del proletariato e affrontare la questione di sapere a cosa avrebbe potuto corrispondere lo sviluppo del capitale nel divenire della specie.


Dobbiamo aggiungere che un’altra causa inchiodò Marx alla teoria del proletariato. Si trattava della necessità di sostenere, di aiutare la classe degli uomini e delle donne sfruttati, caduti in una miseria estrema, afflitti da una totale incertezza di vita. In questo si esprime la sua dimensione etica, ma anche il suo riformismo rivoluzionario, poiché egli pensava che la lotta per migliorare le condizioni di vita immediate dei proletari (ottenimento di riforme) avrebbe potuto arrestare la degradazione della classe operaia e renderla adatta a uno scontro di maggiore ampiezza.


Marx resta quindi legato alla teoria del proletariato. Non può portare a termine la sua opera teorica e soprattutto pubblicare il risultato al quale è giunto. Non vuol ostacolare un movimento che si sta costruendo con difficoltà. E viceversa, il divenire dell’insieme sociale non è abbastanza radicale, univoco per permettergli di fare il salto teorico.


Se a causa della teoria del proletariato, Marx non portò a termine il suo studio del capitale, molti dei suoi successori, sostenitori di questa teoria durante il periodo seguito alla Rivoluzione russa, l’hanno solo abbozzato. Così da Lukàcs ai situazionisti è stata elaborata soltanto una teoria della merce e ci si è fermati lì. Possiamo generalizzare, affermando che tutti i sostenitori della teoria del proletariato non superano lo stadio della critica della merce. Ciò permette loro di evitare la questione fondamentale della possibilità del capitale di superare tutti i suoi limiti.


Un altro limite di Marx fu quello di voler fare un’opera scientifica. Egli si espresse quindi in funzione di un modo di essere legato totalmente al divenire del capitale: lo fece per essere riconosciuto, non a causa di un delirio individualista, di una passione di gloria ecc., bensì per avere un impatto sulla società. Se la sua opera fosse stata riconosciuta come scientifica, le sue conclusioni non avrebbero potuto essere messe in dubbio e quindi la necessità della rivoluzione comunista sarebbe potuta apparire nella sua ineluttabilità. Puntando al riconoscimento, Marx arrivò perfino a proporre a Darwin di dedicargli Il Capitale.


Voler essere riconosciuto può condurre solo a compromessi la cui nocività può apparire con chiarezza solo in seguito.


Oggi la preoccupazione scientifica di Marx, ripresa dalla maggior parte dei marxisti, mostra di aver avuto come conseguenza il fatto che il movimento di opposizione al capitale partecipò alla realizzazione del suo dominio.


Bordiga non si curò mai di essere riconosciuto, donde la sua rivendicazione dell’anonimato. Noi crediamo di non tradire il suo pensiero considerando così le cose: se un’opera corrisponde a una necessità, non soltanto della specie (essendo in qualche modo la manifestazione della pulsione di questa), ma del fenomeno vita (in particolare per quanto abbiamo di mira, cioè la riconciliazione con il resto della natura), avrà obbligatoriamente un impatto, anche se molto dopo la morte di colui che l’ha prodotta. Questo implica, evidentemente, che colui che opera sia certo e fiducioso nel phylum che si è opposto all’addomesticamento e dal quale deve emergere l’Homo Gemeinwesen.


Se si abbandona questo mondo, non si ha bisogno di essere riconosciuti. Non ci si deve neanche preoccupare dei plagi e dei saccheggi che sono di frequente perpetrati.


Infine, la messa a punto di una rappresentazione adeguata a un divenire fuori da questo mondo implica che vengano precisate le basi su cui si edifica. Di conseguenza saremo condotti a tornare sull’opera di Marx concepita, secondo Bordiga, come opera della specie. Citiamo in particolare la questione della periodizzazione del modo di produzione capitalistico. La terminologia ci sembra inesatta. Infatti non si può parlare prima di un dominio formale e poi di uno reale, altrimenti è impossibile capire il divenire del capitale - che, come indica lo stesso Marx, si pone come rappresentazione - né l’autonomizzazione della forma e la realizzazione della terza natura con i mondi virtuali.


Affronteremo questo prossimamente. Abbiamo voluto segnalarlo di modo che il lettore possa meglio afferrare il senso cui tendono tutti gli studi riprodotti in questa raccolta.



Luglio 1995




1 Karl Marx - Friedrich Engels, Manifesto del Partilo comunista, in Karl Marx - Friedrich Engels, Opere, Editori Riuniti, Roma 1973, vol. VI, pp. 499-500.


2 In Jacques Camatte, Verso la comunità umana, Jaca Book, Milano 1978. PP 121-145.


3 In «Emergenza». Coccaglio (BS), n. 12, autunno 1994.


4 Cfr. i nn. 7,8,9, 10 (autunno 1989 - autunno 1991) di «Emergenza».